L’attualità del film Indesiderabili

di Ersilia Alessandrone Perona*

Da circa vent’anni gli studiosi documentano con crescente rigore scientifico la geografia e la storia, l’antropologia e la sociologia dei campi di internamento di civili durante la seconda guerra mondiale in Europa. Viene portata alla luce una fitta rete di luoghi sconosciuti o rimossi dalle stesse popolazioni residenti, se ne documenta la funzione e la gestione da parte dello Stato, si analizzano le categorie di persone detenute, il rapporto fra internamento in quei luoghi e la successiva deportazione nei Lager nazisti. Per l’Italia e la Francia, che qui ci interessano, mi limiterò a ricordare le ricerche di Carlo Spartaco Capogreco, di Vito Antonio Leuzzi e di Denis Peschanski.

Ricerche non facili, perché nella maggior parte dei casi anche le tracce di quei campi sono scomparse, sia dai luoghi stessi, sia dalla memoria. Esistono, naturalmente, nelle fonti ufficiali, nei dati dei ministeri, della Croce Rossa, che tuttavia non possono dire molto sulle condizioni di vita e sulla quotidianità dei campi. Le fonti che potrebbero documentarle, come gli scritti personali, non abbondano, a differenza di quanto è avvenuto per i temi della deportazione politica e razziale e dell’internamento militare in Germania. Per questo gli studiosi hanno fatto ricorso, quando possibile, alle testimonianze orali.

La regista Chiara Cremaschi ha dovuto confrontarsi proprio con questa penuria di tracce per realizzare il film Indesiderabili, che parla di un campo di internamento femminile nella Francia meridionale, a Rieucros presso Mende, nel Dipartimento del Lozère. Qui a partire dal novembre 1939 al febbraio 1942 furono rinchiuse fino a 400 donne di età e nazionalità differenti, e dalle imputazioni più distanti – dalle comuniste alle borsaneriste alle prostitute – tutte accomunate dall’essere indésirables, cioè potenzialmente pericolose per lo Stato francese.

Lo spunto tematico suggerito da Bernardo Milano, le interviste fatte alle due ultime ex prigioniere italiane ancora in vita, Baldina Di Vittorio e Giulietta “Lina” Fibbi, il volume della storica Metchild Gilzmer sui campi d’internamento femminili nel sud della Francia (1994), i ricordi di Teresa Noce che vi fu reclusa costituivano il punto di partenza, cui non corrispondeva altro, neanche i resti del campo stesso: “Non c’era niente – scrive Cremaschi dopo una visita a Rieucros. – C’è la montagna, bellissima e verde […]. Solo che noi ci aspettavamo altro, non dico un monumento al dolore come ad Auschwitz, ma delle tracce, dei segni. […] Ho avuto un momento di sconforto: come facevo a fare un film senza avere immagini del posto, con solo due testimonianze e pochi documenti?

La cronaca di questa sfida, scritta dalla regista nel volume didattico che accompagna il film, rende opportunamente conto dei passi che l’hanno portata a costruire un racconto documentato ed insieme efficace dal punto di vista cinematografico.

Altrettanto istruttivo riguardo alla costruzione del film è il resoconto dei contatti con i professionisti che hanno partecipato al progetto in modo creativo.

La trama del film ha preso corpo grazie all’incontro con persone dai ruoli diversi, in Italia, in Francia e in Germania, che fossero in grado di testimoniare sulla storia del campo, di procurare oggetti e documenti. Fra questi, risolutivi ai fini della narrazione, sono stati i disegni di un’artista detenuta a Rieucros, Dora Schaul, che insieme a due compagne aveva schizzato con una verve venata d’ironia le scene della vita quotidiana, e rievocato i momenti dell’arresto e del trasferimento a Drancy e poi in Lozère. Si tratta di documenti preziosi, che possono essere utilmente messi a confronto con altre rappresentazioni di campi di internamento civile, simili per l’attenzione alla vita comunitaria (penso agli affreschi fatti dagli internati nelle stanze comuni del campo di Les Milles, Bouches du Rhône; o anche alle vignette sui compagni di confino disegnate a Ventotene da Ernesto Rossi su un famoso vassoio). Disegni ben diversi dalle rappresentazioni dei Lager che ci sono state trasmesse dai taccuini di tanti artisti deportati – Aldo Carpi, Ludovico Barbiano di Belgiojoso, Germano Facetti per ricordarne solo alcuni – che sono atti di scarna denuncia delle atrocità quotidianamente commesse nel sistema concentrazionario.

Dal punto di vista cinematografico, è efficace il ricorso alla presentazione animata dei disegni, che ne interpreta lo spirito di garbata ironia. In quanto documenti, i disegni costituiscono un collante narrativo non artificioso rispetto ai racconti delle testimoni, li confermano, consentono di coglierne i dettagli. Ma non costituiscono le tessere statiche di una sequenza documentaria, anzi trasformano la sequenza in racconto, proprio grazie alla modalità quasi infantile dell’animazione.

Nel dossier didattico le curatrici Giovanna Bertazzoli, Mirella Castagnoli e Alessandra Gaffurini partono dai documenti e dalle testimonianze per proporre temi da approfondire e su cui riflettere, anche alla luce del dettato costituzionale, come quelli dell’emigrazione, o quello della specificità dei campi femminili, dei problemi e dei diritti legati ai corpi femminili. Sono tutte questioni importanti che aprono molteplici percorsi di ricerca.

A questi vorrei aggiungerne un’altra che mi pare meritevole di sviluppo, in relazione al tema del volume. È quella dell’esistenza, proprio nella nostra repubblica democratica e malgrado la Costituzione, di campi di detenzione di civili indesiderabili: si chiamano Centri di identificazione ed espulsione degli immigrati da paesi extracomunitari (CIE, ex CPT). Qui gli immigrati possono restare rinchiusi per molti mesi, privati delle più elementari libertà, non per aver commesso un reato, ma per non disporre di documenti. L’ingranaggio burocratico appiattisce la varietà dei casi individuali, sommergendo le attese e le speranze di chi ha rischiato la vita per avere un futuro ma anche di chi si era già in qualche modo integrato. Presenti in tutta Europa, i Centri sono il risultato di una nozione confusa e difensiva di identità e alterità, che contraddice i principi stessi da cui è nata l’idea di un’Europa sovranazionale.

Varrebbe la pena di partire dagli indesiderabili del passato per riflettere su quelli di oggi, e sui limiti della nostra idea di democrazia.

* Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”- Torino
www.istoreto.it

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