Di Vittorio. Chi si ricorda il Piano del lavoro?

di Giancarlo Aresta

«Può nascere oggi a Cerignola o in un altro paese della Puglia un nuovo Di Vittorio?». «Sì, ma quasi certamente sarebbe nero, e verrebbe subito espulso, grazie alla legislazione italiana e europea». «Anch’io penso che sarebbe nero, ma ho fiducia che possa resistere e sviluppare la sua azione». Su questo scambio di battute tra Fabrizio Barca (dirigente generale del ministero del tesoro) e Marco Barbieri (professore di diritto del lavoro) si è concluso venerdì scorso, a Foggia, il convegno dedicato alla storia e attualità del Piano del lavoro, organizzato dalla [Associazione, ndr] Casa Di Vittorio, con la Regione e l’Università.
Nell’aula magna di Giurisprudenza gremita di studenti medi e universitari si è svolto un singolare esperimento: raccontare ai giovani come Di Vittorio nel ’49-’50, con il Piano del lavoro, ha cercato di rendere operai e braccianti protagonisti della programmazione, in nome di una politica di piena occupazione e di capire se da quella storia possiamo imparare qualcosa anche oggi. Una particolare giornata della memoria. «Non si può innovare senza tradizione», dice Silvia Godelli (assessore regionale), aprendo l’iniziativa. Mentre Piero Craveri rafforza questa motivazione, sottolineando «l’importanza dello studio della storia nella formazione della coscienza civile». E osserva amaramente che «siamo entrati nella fase dell’oblio». E forse anche per questo «tante conquiste sembrano travolte».
Tutti gli interventi del mattino (parlano anche Giuseppe Berta, Luigi Masella e Antonio Leuzzi) insistono sul fatto che il valore più profondo del Piano del lavoro è nell’aver cercato, in anni durissimi, di fare dei lavoratori il soggetto di una spinta trasformatrice, tesa a rinnovare gli assetti sociali e civili, oltre che la struttura economica del paese. E Masella (professore di storia), nel fare il bilancio dei movimenti nati da quella iniziativa, ricorda il ruolo determinante delle Camere del lavoro, sostenendo che in un’economia frammentata, come quella dell’Italia di oggi, si sente drammaticamente la mancanza di quell’originale forma di organizzazione del sindacato.
Nel confrontarsi sull’oggi, nei lavori del pomeriggio, le posizioni si divaricano. «La crisi ha travolto in Italia il miraggio di una politica di piena sottoccupazione», afferma Barbieri. Ed è singolare che non si faccia un bilancio dell’assoluto fallimento del modello europeo della flexsecurity. Rendere stabilmente precari equivale a rendere schiavi. Su questo punto interloquiscono Marco Magnani (dell’ufficio studi di Bankitalia) e dello stesso Barca. Si discute anche dell’importanza di politiche pubbliche, capaci di promuovere effetti anche sul medio e lungo periodo, con la partecipazione di Renato Soru e di Nicola Affatato della Cgil regionale. L’attenzione di un pubblico di giovani, in un convegno durato l’intera giornata, rende evidente che le nuove generazioni hanno capacità di ascolto, ma forse non c’è più chi parla con loro. Anche per questo spiace che la Cgil non abbia fatto un più forte investimento in un’iniziativa, in cui si parlava di uno dei suoi più grandi dirigenti, nella sua terra.

Tratto da il manifesto, 27 gennaio 2010, Capitale & Lavoro

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