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[tratto da "L'Espresso", n. 35 -2006 - vai sul sito
espresso.repubblica.it]
Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte
se protestano. Diario di una settimana nell'inferno. Tra i braccianti
stranieri nella provincia di Foggia.
Il
padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate.
È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto
al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la
sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro,
digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un
fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla
maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei
rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani",
promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua
amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta
una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo
compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la
raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei
col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".
Non
c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole
una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della
manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre
quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a
Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola.
A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di
Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil.
Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni
Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di
là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare
da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
Sono
almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento
preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza
permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger,
Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono
sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui
perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le
coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da
queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno,
due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per
proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno
coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei
dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove
nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né
igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li
pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta
viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di
Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco
Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di
lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte.
Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film
'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun
altro l'hanno ucciso.
Adesso
è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di
Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione
di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in
scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata.
Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta
Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la
pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la
vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto
si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso'
ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la
manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale
all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono
tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.
Non ci
vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell'Europa agricola.
Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del
decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di
detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano
possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in
sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi
campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che
porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui
bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri
negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell'agro. Alla
stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto
che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una
buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono
ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi
arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.
Oggi
dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi,
annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi
appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono
africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero.
Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta
con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia
di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli
africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non
tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono
trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods,
sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo
gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid,
28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a
Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni.
Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di
Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento.
Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino
ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano
verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani
reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui.
Questa è solo una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid: "Ma
spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi".
Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso.
A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata
male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è
sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è
l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco
da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la
possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno
sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi
buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a
testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali
trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a
cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro
al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile
il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con
la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?",
chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte
sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre
l'uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna
in bikini ritratta di schiena.
Si
parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un
ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per
questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I
ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle
12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo
anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si
presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore:
"Io John e tu?". Poi avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu
cattivo...". Non capisce l'inglese né il francese. E questo basta a far
cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul
cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela
lo stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi
da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici
giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno
bisogno di carne per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una
bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi
turchi". Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo
accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio",
continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi
credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei
colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla
destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a
un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.
La Golf stracarica corre e sbanda
sulla stretta provinciale per Lavello. Il contachilometri segna 100
all'ora. Una follia. Alle prime aziende agricole del paese, Giovanni
svolta a destra dentro una strada sterrata. Altri due chilometri e si è
arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana. Il campo è tra due
vigneti. Questi pomodori vanno raccolti a mano. Quando il padrone vede
arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi dà gli
ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato,
Roberto Calderoli: "Forza bingo bongo". Nello stesso istante un furgone
scarica nove rumeni. Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si
lavora a testa bassa. Guai ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c'è da
guardare? Giù e raccogli", urla il padrone avvicinandosi
pericolosamente. Si chiama Leonardo, una trentina d'anni. È pugliese.
Indossa bermuda, canottiera e occhiali da sole alla moda come se fosse
appena rientrato dalla spiaggia. Da come parla è il proprietario
dell'azienda agricola. O forse è il figlio del proprietario. Si occupa
della manodopera. Una sorta di comandante dei caporali. La sua azienda è
a una decina di chilometri, alle porte di Stornara. Proprio sulla strada
che Giovanni percorre per portare gli schiavi al campo. Leonardo si fa
aiutare da un altro italiano, il caporale dei rumeni. Uno con la
maglietta bianca, i capelli lunghi e i baffetti curati. Il terzo
italiano è probabilmente il compratore del raccolto. Magro. Capelli
biondi corti. Telefonino appeso al petto in fondo a una catena d'oro.
Parla con un forte accento napoletano. Parcheggia il suo Suv e si fa
subito sentire. Qualcuno ha appoggiato per sbaglio le cassette piene
sulle piante di pomodoro. E lui grida come un pazzo: "Il primo che
rimette una cassetta sulle piante, com'è vero Gesù Cristo, gliela spacco
sulla testa". I tre italiani sudano. Ma solo per il caldo. Oltre a
sorvegliare i loro schiavi, non fanno assolutamente nulla.
Giovanni va a recapitare altri braccianti. Poi torna due volte con i
rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di plastica da un litro e mezzo
da far bastare nelle gole di 17 persone assetate. Sono bottiglie
riempite chissà dove. Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota.
L'acqua ha un cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta. Due
sorsi d'acqua in oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il
sole non dissetano. La maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno
pranzato né fatto colazione. Così ci si arrangia mangiando pomodori
verdi di nascosto dai caporali. Anche se sono pieni di pesticidi e
veleni. E forse è proprio per questo che sulla pelle, per giorni, non
comparirà più nemmeno una puntura di zanzara.
Leonardo vuole sapere com'è che in Africa ci siano i bianchi. Gira tra
le schiene curve come un professore tra i banchi. E dà il permesso a
Mohamed, 28 anni, un ragazzo della Guinea. Per smettere di lavorare o
parlare, qui bisogna sempre chiedere il permesso. Mohamed sa bene perché
ci sono i bianchi in Sudafrica. È laureato in scienze politiche e
relazioni internazionali all'Università di Algeri. Parla italiano,
inglese, francese e arabo. E risponde rimanendo in ginocchio, davanti a
quell'italiano che confessa senza pudore di non aver mai sentito parlare
di Nelson Mandela. "Avete capito?", ripete dopo un po' Leonardo agli
altri due italiani: "In Italia quelli chiari stanno al Nord mentre noi
al Sud siamo scuri. In Africa invece al Sud sono bianchi e questi qua
del Nord sono neri".
L'incidente accade all'improvviso. Michele è il più anziano tra i
rumeni. Ha una sessantina d'anni, i capelli grigi. Sta caricando
cassette piene sul rimorchio del trattore. Il legno è troppo sottile, è
secco. E una cassetta si sfonda rovesciando dodici chili di pomodori.
Michele non fa in tempo ad abbassarsi a raccoglierli. Leonardo, con la
mano chiusa a pugno, lo colpisce. Una sventola sulla testa. "Stai
attento, coglione", urla, "credi che noi stiamo ad aspettare mentre tu
butti le cassette?". Michele forse chiede scusa. È troppo stanco e
offeso per parlare ad alta voce. "Scusa un cazzo", continua Leonardo,
"devi stare più attento". Ci fermiamo tutti a guardare. Una ragazza si
alza in piedi per protesta. Quello con l'accento napoletano accorre come
una furia: "Giù, non è successo niente. Giù o stasera non si va a casa
finché non si finisce". Come se questi ragazzi avessero una casa.
Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni. Ma dopo
mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue
dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per
bagnarli la fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i
baffetti curati: "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi.
Ho dovuto. Quello stronzo se l'è presa con me perché tu prima l'hai
picchiato. E poi perché stasera non ci sono i soldi per pagarli. Ma che
c'entro io? Lui ha raccolto una pietra e io gliel'ho tolta dalle mani.
Tu pensa se un rumeno di merda mi deve minacciare". Leonardo sorride.
Si
smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni.
Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale.
Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per
scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con
le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta
il caporale ad Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro
i carabinieri". Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada:
"Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei
miei ragazzi. Io lavoro anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno
portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate
voi", dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato
dalla mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli
stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare
gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i
caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le
statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou
però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei
musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la
prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro
che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando
potrete pagare la carne".
Il 14
maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di
braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in
quattro quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico
d'infanzia del futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono
spente prima che possano dilagare. I caporali agiscono come una polizia
parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se ci sono problemi. A
cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a
prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi
passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia
improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena
cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni. Chi
si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi non va a
lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono
venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una
cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale
indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese
fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù.
Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono
della township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la
chiesa abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento
degli abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri.
Tranne una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli
agricoltori del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che
si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di
raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli
schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua
è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da
20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di
minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la
dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per
cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile
infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi
prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla.
Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene
cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un
ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni, torna al
Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e
cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato.
Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso'
è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo
controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini
affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di
Asis. Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo.
Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno
al villaggio rivedrà più quel ragazzo.
Lo
stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno prima Pavel, 39
anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono caduti
quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla
cassa. Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20
marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie.
Lo fa per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la
figlia studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L'anno
scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di
pomodori, lavorando dall'alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a
cassone, era una buona paga secondo lui: tolti il trasporto al campo e
la tangente per il caporale, Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30
euro al giorno. Ma il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il
record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha protestato per la faccenda
dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il tunisino lo colpisce
nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del pomeriggio. Pavel
si protegge la testa con le braccia. La sbarra di ferro gli rompe le
ossa e apre profonde ferite nella carne.
Lui è
sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi
compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino
all'una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche
di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle
otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale.
L'ambulanza e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola,
arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia.
Il 31
luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da
appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi
nelle ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla
polizia, violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da
clandestino. Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero
essere cittadini dell'Unione europea. Con le braccia immobilizzate,
Pavel non riesce a impugnare la penna. Il 'Primo dirigente dottoressa
Piera Romagnosi', siglando la notifica del decreto di espulsione, scrive
che lui 'si rifiuta di firmare'. Anche la prefettura di Foggia va per le
spicce: nel decreto di espulsione annota che Pavel è 'sprovvisto di
passaporto'. Un'aggravante. Eppure Pavel il passaporto ce l'ha. Alla
fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona dieci euro. E una
macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo scaricano
davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il tunisino se ne occupa
subito. Vuole dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia Pavel e lui va a
rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche
connazionale gli porta in segreto un po' di pane e da bere. Dopo nove
giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare un
avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto al Nord. L'avvocato
trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in
ospedale. Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è grave.
Denutrito. Viene ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli
ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va
in questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la
sua complice italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia
del pronto soccorso soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l'avvocato che
l'ha salvato. Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare
Pavel come immigrato clandestino: non ha rispettato il decreto di
espulsione che, così è scritto, lo obbligava a lasciare l'Italia
dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle condizioni
comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire su una
panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni, le
ossa rotte e le ferite ancora fresche.
Il
giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre.
Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel
rischia da uno a quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe
prendersi il suo caporale che intanto resta libero. "Quell'uomo",
racconta Pavel terrorizzato, "mirava alla testa. Voleva uccidermi".
Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già trovato. Slavomit
R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2 luglio 2005 in
un campo a Stornara. Un caso irrisolto. Come quello di due cadaveri mai
identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono un altro capitolo
dell'orrore. Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o
africani spariti. I caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di
botte, non sanno nemmeno come si chiamano. Gli unici casi sono stati
scoperti grazie alle denunce dell'ambasciata di Polonia. Hanno dovuto
insistere i diplomatici di Varsavia. È dal 2005 che cercano notizie di
tredici connazionali. Erano venuti a lavorare come stagionali nel
triangolo degli schiavi. E non sono più tornati a casa. L'elenco
compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone scomparse
non rende onore all'Italia. Su dodici "richieste indirizzate alla
questura di Foggia", l'ambasciata ha dovuto prendere atto che per nove
casi non c'è stata "nessuna risposta da parte della questura". Dopo mesi
di inutile attesa l'appello è stato girato al Comando generale dei
carabinieri. E, attraverso gli investigatori del Ros, la Procura
antimafia di Bari ha finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello
che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a
fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di
gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra
piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo.
Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a
proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo
tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui
abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di
famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta
all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene
ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio
cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più.
Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi
più taglia i costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5
centesimi al chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini
salgono già a 60 centesimi al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da
salsa e 2,80 euro al chilo quelli ancora dorati. Al supermercato la
passata prodotta in Campania costa da 86 centesimi a 1,91 euro al chilo.
I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo. Eppure, nel ghetto di Stornara,
nemmeno stasera che il mese è quasi finito ci sono i soldi per comprare
un pezzo di carne. "Donald, non te ne andare", si fa avanti Amadou,
"Giovanni è molto arrabbiato con te perché hai lasciato il gruppo. Ti
sta cercando, vado a dirgli che sei qui". Nel fondo di questa miseria,
Amadou sa già con chi stare. Tra tanti uomini costretti a
inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di prendere la
bici e scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare i suoi
sgherri. E di dare il via alla caccia nei campi.
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Schede
I medici accusano: arrivano sani e si ammalano qui
Vivono in condizioni disumane. Proprio in questi giorni
decine di abitanti del Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono ammalati di
gastroenterite per le pessime condizioni dell'acqua. Ma anche
quest'anno, l'Asl Foggia 3 ha rifiutato di mettere a disposizione
strutture e ricettari per assistere gli stranieri sfruttati come schiavi
nei campi. La denuncia è dell'associazione francese Medici senza
frontiere che invece ha ottenuto la collaborazione dell'Asl Foggia 2 per
l'assistenza sanitaria e umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni
un ambulatorio mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San
Severo. Come se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci
sono un medico, un'assistente sociale e un coordinatore: quest'anno
Viviana Prussiani, Carla Manduca e Teo Di Piazza. "Per il terzo anno
consecutivo siamo stati costretti a continuare questo progetto", spiega
Andrea Accardi, responsabile delle missioni italiane di Msf: "E ancora
una volta nell'estate 2006 ci troviamo di fronte alla stessa situazione:
gli stranieri arrivano sani e si ammalano a causa delle indecenti
condizioni che trovano nelle campagne. Manca qualsiasi forma di
accoglienza. Il sistema economico è totalmente ipocrita e vede la
connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori. A partire dal
governo e dalle istituzioni locali, ovvero Comuni e prefetture, fino ad
arrivare alle Asl, alle organizzazioni di produttori e ai sindacati".
Nel 2005 Msf ha pubblicato il rapporto 'I frutti dell'ipocrisia'
sulle drammatiche condizioni degli immigrati sfruttati come schiavi non
solo in Puglia. Perché, secondo il tipo di raccolto, situazioni simili
si ripetono in Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia. Le malattie più
gravi sono state diagnosticate negli stranieri che vivono in Italia da
più tempo, tra 18 e 24 mesi. Il 40 per cento dei lavoratori
nell'agricoltura vive in edifici abbandonati. Oltre il 50 non dispone di
acqua corrente. Il 30 non ha elettricità. Il 43,2 per cento non ha
servizi igienici. Il 30 ha subito qualche forma di abuso, violenza o
maltrattamento negli ultimi sei mesi. E nell'82,5 per cento dei casi
l'aggressore era un italiano.
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Padroni senza legge
Dietro il triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori
dell'agricoltura foggiana e molte industrie alimentari. Piccole o grandi
aziende non fanno differenza. Quando devono assumere personale
stagionale per la raccolta nei campi, quasi tutte scelgono la
scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli stranieri varia da 2,50
a 3 euro l'ora (ai quali però vanno tolti tutti i 'servizi' per il
caporale). Anche per questo gli italiani sono scomparsi da questo tipo
di lavoro. Solo una piccola minoranza degli agricoltori interpellati da
'L'espresso' dice di pagare i braccianti da 4 a 4,50 euro l'ora. Ma
sempre in nero e rivolgendosi a caporali. In Veneto e in Friuli un
raccoglitore guadagna in media 5,80 euro l'ora più i contributi, se in
regola. Oppure da 6,20 a 7 euro l'ora se ingaggiato in nero.
La legge prevede una retribuzione ordinaria di 35 euro al giorno. Per
favorire le assunzioni regolari, il governo ha abbassato i contributi
che gli imprenditori devono versare di circa il 75 per cento. Mentre il
contributo dell'8,54% che il bracciante deve dare all'Inps è rimasto
inalterato. I controlli sono inefficaci o inesistenti. Nell'ultimo anno
in provincia di Foggia soltanto un imprenditore, a Orta Nova, è stato
arrestato per sfruttamento dell'immigrazione clandestina.
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l'intervista di Alessio Galea a Fabrizio Gatti sul sito
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