Ricordo di Baldina di Chiara Cremaschi

Ho conosciuto Baldina Di Vittorio per uno strano caso di conoscenze che nulla c’entravano con il mio lavoro. Eppure da questo incontro è nato un film.

Nello sguardo di quella fiera signora ho trovato l’orgoglio e la tenacia per costruire un documentario che non interessava a nessuno, né a produttori né a reti televisive, e che racconta la storia di un campo di prigionia per donne , sperduto nella campagna francese nei lontanissimi anni 40 del secolo scorso.

Baldina ricordava tutto. Eppure era solo uno degli episodi della vita tumultuosa che ha vissuto, viaggiando per l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti, cambiando nomi ed identità fin da piccola, fino alla Liberazione dell’Italia.
Quando siamo andati a casa sua per intervistarla, era preoccupata che le sfuggisse qualche dettaglio, aveva riempito pagine e pagine di nomi e date. Ma voleva che noi fossimo a nostro agio: aveva fatto preparare il the e la torta.

Le ho spiegato come volevo raccontare la storia del campo, ed è stata contenta che si parlasse di un gruppo di donne che venivano da luoghi diversi ma che erano state incarcerate per gli stessi motivi.
Mi sono trovata a parlare di internazionalismo con questa colta signora che all’epoca aveva 90 anni.

C’è qualcosa però, che voglio ricordare più di tutto. Quando abbiamo cominciato a filmare, ho chiesto a Baldina di presentarsi. Credevo di aiutarla a sciogliersi, che le parole importanti sarebbero venute poi. Lei ha detto semplicemente: “Mi chiamo Baldina Di Vittorio e sono un’antifascista italiana”. In quel momento mi sono chiesta chi osa più, in Italia, oggi, presentarsi con tanta semplicità e chiarezza.
Mi sono chiesta anche chi sa ancora cosa vuol dire davvero “antifascista”. Lei sì, questo è certo.

Per questo ho finito il film, pur con tutte le difficoltà che abbiamo avuto. Baldina sapeva perfettamente che il futuro nasce dalla storia. E che per questo bisogna raccontarla.

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