L’attualità di Giuseppe Di Vittorio (di Antonio Carioti)

di Antonio Carioti *

È passato quasi un secolo da quando Giuseppe Di Vittorio, ancora adolescente, intraprese l’attività di agitatore sindacale a Cerignola, sua città natale del Tavoliere pugliese. Fu un’esperienza esaltante ma molto aspra, che lo segnò per tutta la vita. All’epoca, nella più estesa pianura del Mezzogiorno, i conflitti sociali contrapponevano frontalmente una ristretta oligarchia di proprietari terrieri a vaste masse di braccianti poveri, trattati come bestie da soma. Non di rado le lotte dei lavoratori sfociavano in tumulti violenti. Si parlava di “Puglia rossa”, per lo sviluppo straordinario che avevano conosciuto le leghe bracciantili, ma anche di “regione degli eccidi cronici”, per la frequenza dei casi in cui le forze dell’ordine sparavano sui manifestanti.

In quel clima difficile, il giovane Di Vittorio maturò un modo di concepire il compito del sindacato che metteva al primo posto l’unità dei salariati: la sua maggiore preoccupazione era evitare che gli agrari dividessero i lavoratori, magari ingaggiando al posto degli scioperanti manodopera proveniente da fuori e disposta a farsi sfruttare in modo ancora più pesante. Molti anni più tardi, quando divenne il leader della Cgil dopo la caduta del fascismo, mantenne un’impostazione analoga, rigidamente egualitaria, che vedeva la classe operaia come una moltitudine indifferenziata da far progredire in blocco. Di qui l’accentramento esasperato della contrattazione economica a livello nazionale, con l’ostinato rifiuto di articolarla e decentrarla sui luoghi di lavoro, per il timore di veder nascere sindacati aziendali che rompessero l’unità del proletariato industriale. Fu un errore pagato a caro prezzo, con le sconfitte subite nelle fabbriche dalla Cgil nelle elezioni delle commissioni interne, a partire dal tracollo patito alla Fiat nel 1955. Ma ciò non basta a concludere che Di Vittorio, morto due anni dopo, fu il protagonista di un’epoca da consegnare in tutto e per tutto alla storia, dunque un uomo che non ha più nulla da dire a noi contemporanei.
I limiti culturali del sindacalista pugliese hanno un rovescio della medaglia, che merita di essere posto in luce. Unità dei lavoratori per lui significava che il sindacato non poteva tutelare solo i propri iscritti, ma doveva assumere anche la rappresentanza dei disoccupati, quindi farsi promotore di una politica economica in grado di espandere le opportunità d’impiego. Il “piano del lavoro” da lui proposto nel 1949, pur con tutti gli aspetti criticabili che gli studiosi non hanno mancato di rilevare, dimostrava la capacità della Cgil di porsi di fronte ai problemi del Paese con un atteggiamento costruttivo, nei fatti riformista, che anticipava di molto la successiva evoluzione della sinistra italiana. E un altro punto importante su cui Di Vittorio insisteva con forza era la difesa dei diritti dei lavoratori, ridotti a minimi termini dallo strapotere della controparte imprenditoriale negli anni difficili della ricostruzione. Fu lui, al Congresso della Cgil tenuto a Napoli nel 1952, a lanciare l’idea di uno statuto che garantisse ai dipendenti di non subire abusi e discriminazioni sui luoghi di lavoro. Il richiamo alle libertà individuali e collettive, a quello che più tardi Enrico Berlinguer avrebbe chiamato “valore universale della democrazia”, era centrale per Di Vittorio, in Italia e nei Paesi capitalisti, ma anche altrove. Non solo fece di tutto perché la Federazione sindacale mondiale di osservanza sovietica, della quale era presidente, accettasse nel Congresso del 1953 il principio della libertà d’organizzazione dei lavoratori, niente affatto praticato sotto i regimi del “socialismo reale”, ma tre anni dopo si schierò a favore della rivoluzione ungherese repressa nel sangue dall’Armata rossa, anche se poi il Pci lo costrinse a una dolorosa marcia indietro.

Iscritto a quel partito dal 1924, dopo aver militato da giovane (era nato nel 1892) nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario con Alceste De Ambris e Filippo Corridoni, era tuttavia un “comunista senza dogmi”, che anteponeva costantemente l’analisi concreta della realtà agli schemi astratti dell’ideologia. Già nel 1939 aveva dissentito dal patto Molotov-Ribbentrop fra Germania nazista e Unione Sovietica, più tardi avrebbe combattuto ogni tendenza estremista e settaria, attirandosi frequenti critiche, registrate puntualmente nei verbali della direzione comunista, da parte degli ambienti più oltranzisti del partito. Quando poi – torniamo al 1955 – la Cgil fu duramente battuta alla Fiat, Di Vittorio si addossò personalmente la responsabilità dell’insuccesso e avviò un’autocritica coraggiosa, evidenziando i limiti delle scelte da lui stesso sostenute in precedenza.
Difendere l’autonomia del sindacato dalle interferenze politiche, anche della propria parte. Battersi perché a tutti i lavoratori sia assicurato l’esercizio di alcuni diritti essenziali. Misurarsi con i problemi senza pregiudizi, con l’obiettivo prioritario di migliorare nei fatti le condizioni di vita dei salariati, offrendo una tutela anche ai soggetti estranei all’organizzazione sindacale. Sono altrettante parole d’ordine cui Di Vittorio rimase sempre fedele. E insegnamenti che ha lasciato in eredità. Non pare una forzatura affermare che la lunga e sofferta trasformazione del comunismo italiano ha seguito nella sostanza proprio le linee da lui indicate. Basta pensare che la sua Cgil assunse nei confronti del Mercato comune europeo una posizione di apertura ben differente dalla contrarietà iniziale del Pci.

Ma c’è di più. Oggi che il mercato del lavoro si va frammentando all’infinito, con la proliferazione di figure atipiche cui spesso fondamentali garanzie sono negate, per non parlare della questione costituita dalla manodopera immigrata e dalla necessità di offrirle un minimo di protezione sociale, non sembra proprio che la lezione di Di Vittorio, animata dall’assillo costante di tutelare i soggetti più deboli, possa essere relegata nel dimenticatoio. Si tratta semmai (e certo non è facile) di trovare strumenti nuovi per conseguire scopi analoghi.

(*) giornalista del Corriere della Sera, autore del recente volume Di Vittorio, edito per la collana L’identità italiana de il Mulino, Bologna 2005. (L’articolo è stato scritto per “ANCI Rivista”, in corso di stampa, maggio2006)

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