Di Vittorio: l’uomo di massa (di Davide Lajolo)

di Davide Lajolo

Dire Giuseppe Di Vittorio significa dire l’uomo più semplice e il più straordinario proprio perché né il viaggio da Cerignola attraverso il mondo, né la notorietà, la responsabilità, la popolarità, né il potere cambiarono uno solo dei suoi slanci umani, la sua adamantina coscienza di lavoratore, il suo essere ora per ora, nel corso di tutta la vita, un militante rivoluzionario.

I suoi nemici erano l’ingiustizia, il bisogno, l’analfabetismo, la violenza, la prepotenza, l’alterigia, il potere usato ai danni degli altri. I suoi avversari erano coloro che si schieravano dietro queste cause sbagliate. Il suo spirito di classe non consisteva nell’odiarli ma nell’escogitare i modi e le forme per batterli. Tenace, inflessibile nella disciplina durante la lotta, era intransigente nei principi giusti per cui portava milioni di uomini a battersi ma sempre, anche nei momenti più drammatici, egualmente intransigente nel rispetto dell’uomo, della vita altrui. Non combatteva per l’annientamento degli avversari ma perché cambiassero le cose sbagliate, non voleva vincere per affermare la forza del sindacato ma per gli interessi materiali e morali dei lavoratori.

Era cresciuto in mezzo agli sfruttati diventando adulto all’età di sette anni e mezzo. Accompagnava lungo la strada di casa il padre che tentava di rimettersi a camminare dopo oltre un mese di malattia per essere stato sorpreso dall’alluvione nella masseria in cui era fattore. Aveva resistito nell’acqua fino al collo tutta la notte per salvare le bestie del padrone. Peppino d’improvviso sentì la mano del padre che bruciava ancora per la febbre allentarsi, vide quel corpo gigante appoggiarsi al muro per non crollare: “Peppino, ora tocca a te. Sei ancora piccino, ma hai testa. Io devo andare: quando un uomo non serve più per la sua famiglia non può continuare a tenere posto in casa”. Il padre morì il giorno seguente. Il mattino dopo i funerali, Peppino, il piccolo “cafone”, a sette anni e mezzo era già bracciante.

Diventò uomo all’età di dodici anni, quando lui e Ambrogio, un ragazzo della sua stessa età, marciando in testa ad un corteo di braccianti in sciopero per chiedere una razione in più di “acquasala” per bagnare il pane secco, furono al centro della sparatoria delle guardie regie. Ambrogio cadde ai suoi piedi: aveva ancora un pezzo di pane secco in una mano. Peppino gli si buttò sopra a chiamarlo dalla morte ma un vecchio bracciante lo afferrò alle spalle: “Alzati Peppino: Ambrogio ha finito di avere fame”.

Mentre scrivo ho davanti il volto quadrato di Di Vittorio, gli occhi penetranti e luminosi, il colore terreo della pelle, le rughe intorno alla bocca e apro con lui a bruciapelo il discorso nel linguaggio incorrotto che si ha tra vita e memoria, non badando agli arrampicatori sugli specchi che grideranno alla retorica: “Caro Di Vittorio è tempo di dissacrazione, di contestazione, di grinta all’esterno e di cinismo dentro l’anima. Per alcuni tipi che hanno un certo seguito ormai chi non osserva queste regole è fuori tempo, s’attarda nel passato invece di distruggerlo senza pietà. Tu invece hai saputo costruire qualcosa ogni giorno, hai resistito ai tempi lunghi, adesso è tutto diverso per i cosiddetti teorici supersinistri. La rivoluzione s’ha da fare subito come se fosse uno sberleffo, chi non si mette la berretta rivoluzionaria è un rassegnato, un conservatore. La grinta consiste nella distruzione dei sentimenti, degli ideali, della storia appassionata degli uomini. Lo so, c’erano anche nei tuoi tempi i teorizzatori di queste sciocchezze: oggi sono aumentati ma soprattutto riescono ad attrarre troppi giovani in buona fede, loro che si limitano, ben pagati, a fare i sanculotti della penna.

“Un gesto isolato di violenza, una bestemmia, una massima rubata a Lenin o a Mao diventano un atto di coraggio che dà il diritto di irridere a chi ha combattuto una vita e ancora combatte. La furbizia ha sostituito l’innocenza, il tradimento, la fedeltà. La moda è di dissacrare a tutti i costi, non le cose spregevoli ma gli ideali più belli, come la costanza nella lotta”.

Di Vittorio allarga il petto in quel gran respirare che gli era naturale nei momenti decisivi. Mi mostra che sul petto non ha medaglie, né segni d’onore, né distintivi, mi mostra le mani che sono ancora spesse come quelle dei suoi fratelli braccianti di Cerignola, mi ricorda con la voce ferma che suo figlio è nato nel magazzino della Camera del Lavoro di Bari, perchè non avevano casa e ai dolori del parto della moglie s’accompagnavano gli spari dei fascisti che volevano bruciare la sede dei lavoratori: “Vindice, questo è il nome che allora io ho scelto per lui, è nato cosi”. E Vindice è finito su una sedia a rotelle per tutta la vita, perché colpito alla spina dorsale mentre nel ’45 combatteva con i maquis in Francia contro il fascismo.

“Non stancatevi di parlare con i giovani, anche se vogliono dissacrare, anche se tentano di sputare in faccia ai maestri. La costanza della classe operaia li conquisterà. Invece per i rivoluzionari a parole, i mestatori di professione non vale perdere un solo minuto di tempo. Quando la carovana passa i cani abbaiano sempre. Ricorda a tutti che sono caduto lavorando, parlando ai lavoratori di Lecco, discutendo con loro perchè i figli degli uomini nascessero, crescessero e vivessero da eguali”.

Ecco perché io canto Di Vittorio senza preoccuparmi delle baie dei cinici. Canto l’uomo cui l’avversario De Gasperi proprio nel giorno della proclamazione della Repubblica durante una manifestazione davanti al Viminale, ebbe a dire: “Caro Di Vittorio, il governo effettivo sei tu”. Canto all’uomo che è morto povero com’era nato, non lasciando neppure un vestito in più o un paio di scarpe di ricambio. Dico con il vecchio sindacalista democristiano Buttè: era un apostolo. Dico con il giornalista Gorresio, che pure teme l’usura delle parole: è il principe del sindacalismo della nostra età.

Quelli che oggi gridano contro il sindacato come generatore dell’assenteismo dovrebbero capire di mentire ricordando che Di Vittorio, “profeta non disarmato” del sindacato unitario di oggi, in tempi ancora più duri, anzichè gli scioperi generali a catena o l’assenteismo propose al Paese distrutto dalla guerra e dalle divisioni politiche quel “Piano del lavoro” che chiedeva anche agli operai di fare la loro parte di sacrifici per guarire le ferite che il fascismo dei capitalisti aveva inferto al Paese e proprio inventando gli scioperi alla rovescia creò lavoro anche per i disoccupati. Alle “Reggiane”, invece di incrociare le braccia, producevano trattori e i lavoratori del Polesine, anche senza paga, costruivano gli argini del Po.

L’astensionismo è fuga dalla lotta ed è invenzione di quegli stessi che hanno protetto il crumiraggio. Di Vittorio ha dimostrato che il lavoratore non fugge, lotta a viso aperto, paga di persona. Chi tenta di trasferire la tattica della molotov o dell’insulto spacciato per ideologia dalla strada alla fabbrica, non pu˜ non ricordare che uomini come Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi hanno sconfitto il fascismo per costruire un sindacato come movimento di massa più cosciente, unitario e leale. I bollori rivoluzionari dei pochi si spengono sempre al servizio dei padroni.

La vita di Di Vittorio è stata un esempio costante di fatti: l’itinerario di un combattente capace non solo di riconoscere i suoi errori ma di estirparli. Egli si identificava sempre con il popolo. Si battè per la libertà con il fucile in mano quando fu necessario con il cuore e il cervello sempre tesi a costruire non a distruggere.

Sui cartelli che i giovani oggi alzano davanti alle università nelle strade e nelle piazze dovrebbe campeggiare più in alto di altri il volto umano del rivoluzionario Di Vittorio. La nostra storia deve essere riscritta nella verità. Questo bracciante ha fatto davvero l’unità d’Italia fra i lavoratori con lo slancio ideale di Mazzini, l’azione coraggiosa di Garibaldi, la tessitura paziente di Cavour, trasformando la fittizia unità sulla carta risorgimentale in una realtà viva di popolo.

Tratto da:  DAVIDE LAJOLO, I Rossi, Rizzoli, Milano 1974, pp. 76-80

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