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L'italiano
di Luigi Russo
La
morte di Di Vittorio mi ha colpito profondamente. Io non da ieri facevo
conto e stima del grande sindacalista. L'ho conosciuto da vicino a
Ferrara, dove io ero andato agli spettacoli tasseschi che si davano nel
Palazzo dei Diamanti, e capitai a sedermi accanto a lui. Mi piacque
subito: trovai in lui un uomo semplice, dalle idee chiare, sofferte e
sviluppate nella lotta, per il pane quotidiano prima (pane quotidiano
non è una metafora) e poi nelle varie lotte di politico e di
sindacalista. Lo sentii poi parlare, sempre a Ferrara, a migliaia di
lavoratori, senza alcuna particolare enfasi, alieno dalle forme
demagogiche, da lavoratore che difende gli interessi dei lavoratori.
Pensai ad Alberto da Giussano, che nella grande possa della sua persona
e della voce come tuon di maggio, arringava, o meglio conversava
con le folle che lo ascoltavano avidamente. Ma cacciai come molesta
questa reminiscenza carducciana, e mi ricordai piuttosto Di Vittorio,
lettore dei "Promessi sposi". Sapevo che il libro manzoniano gli era
stato regalato una volta dal cappellano della prigione di Lucera. Era
quel libro che per lui ci voleva e che vi sentiva uno scrittore che
denunciava soprusi di signorotti, fame e patimenti di popolo. Tutte le
volte che nella sua lunga e travagliata vita Di Vittorio si è trovato in
carcere, Di Vittorio ha letto e riletto i "Promessi sposi"; una prova
come un grande scrittore cristiano, quale il Manzoni, possa nutrire la
linfa di un rivoluzionario.
Della
sua vita mi ha colpito il ricordo di quell'articolo da lui stampato in
un giornale di Ferrara, in occasione delle chiamate alle armi della
classe 1892, sua e mia. Era un appello ai soldati a rifiutarsi di
sparare sui lavoratori: il Di Vittorio non ha aspettato il 1919 o il
1921 per schierarsi tutto dalla parte della classe lavoratrice! Per
codesta sua eresia ebbe uno scontro tempestoso con il co lonnello,
ma chiese di partire per il fronte,
dove
sull'altipiano dei Sette Comuni, alle
pendici del
monte Zelio (caro e triste nella
memoria per
tutti i combattenti che, volenti
o nolenti ci
siamo trovati a combattere in
quella zona),
il Di Vittorio combatte valorosamente
e fu colpito da
un proiettile per
fortuna senza
gravi conseguenze.
Ma nonostante
questa sua dedizione, sospettato
per un uomo di
implacabile fede
democratica, fu
trasferito alla Maddalena,
dove c'era una
compagnia di soldati puniti
che coltivavano
le terre senza alcuna remunerazione.
Poi sentimmo
parlare di Giuseppe Di Vittorio
combattente
antifascista. Vi sono particolari
della sua
esistenza, che ci chiamano
ancora oggi un
sorriso di compiacimento ed
una lacrima
negli occhi.
Ci sia permesso
intanto di esprimere la
nostra
ammirazione per questa tempra di
lottatore, che
non perdeva mai la calma e
l'equilibrio e
dava delle risposte non furbescamente
evasive, ma
tali che i suoi inquisitori
o avversari
dovevano arrendersi alla
sua logica
"contadinesca". Non si trattava
di bella
letteratura, ma della vita di un uomo
librata in un
mondo dove non ci sono
padroni.
Nella
storia del Comune di Cerignola noi vediamo riflessa la storia di tanti
Comuni nel Mezzogiorno, e la lotta contro il feudalesimo che si maschera
delle più moderne menzogne politiche. Da studente universitario avevo
familiarità col nome del Comune di Cerignola, per essere stato patria di
un esimio filologo vocabolarista, Nicola Zingarelli. Discorrendo alcuni
anni fa in un luogo di villeggiatura con una signora di Cerignola, ho
detto: "Ah! Lei è della patria di Zingarelli". E dopo una pausa, "e
della patria di Di Vittorio". Ella abbozzò un sorrisino per il secondo
nome ed io le dissi: "Signora, non sorrida troppo: Di Vittorio è un
uomo, il cui nome resterà nella storia del nostro Mezzogiorno".
Apparso su l'Unità del 4 novembre 1957.
"Rassegna Sindacale", a. 1957, nn. 21-22, pp.697-608
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Vittorio"
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