Il
cuore dei socialisti italiani di tutta Italia è qui stasera attorno al
feretro di Giuseppe Di Vittorio, è qui con la pena dei figli, della
vedova, dei familiari, dei braccianti di Cerignola, è qui con la vostra
pena, compagni della CGIL, con la vostra stessa pena, compagni del
Partito Comunista. Per me, coetaneo e vecchio amico e compagno di Di
Vittorio, si conclude stasera un colloquio con lui durato per oltre tre
decenni e che fu il colloquio dei socialisti con il militante
sindacalista e comunista.
Cominciò il nostro colloquio qui a Roma 33 o 34 anni or sono, quando Di
Vittorio dette la sua adesione al Partito Comunista nel convincimento
che l'unità operaia non potesse ricomporsi se non nel solco della
Rivoluzione d'Ottobre. Continuò nel lungo esilio, l'esilio con le sue
pene, le sue dispute, le sue speranze. Si trasferì in Spagna quando a
Madrid si affrontarono il fascismo che si era fatto europeo e
l'antifascismo pur esso europeizzatosi, nel quadro indimenticabile della
Calle Velasquez, delle trincee della Ciudad Universitaria, dei campi di
battaglia del Manzanares e dell'Ebro. Riprendemmo il colloquio mentre si
abbatteva sulla umanità la seconda guerra mondiale. Fu in uno dei
momenti più tragici di quella guerra che per un attimo Di Vittorio mi
apparve smarrito e disperato. Era la sera che precedette l'occupazione
tedesco-nazista di Parigi. Ci eravamo dati appuntamento, per decidere
cosa si poteva ancora fare, nei giardini del Palais Royal ai piedi della
statua che mostra Camille Desmoulins nell'atto di salire su una sedia
per lanciare l'appello supremo alle armi. Di Vittorio si chiedeva
disperato se quel marmo, se quel gesto, se quel grido non fossero una
menzogna, mentre la Parigi della grande Rivoluzione e della Comune
pareva curvare la testa davanti all'invasore. Ma non c'è rassegnazione
per uomini come Di Vittorio, non c'è disperazione che non dia luogo ad
un rinnovato furore di azione. Di Vittorio riprese la lotta, fu
arrestato, ricondotto in Italia, internato a Ventotene dove lo colse e
lo liberò nel 1943 la prima frattura tra regime e paese, in cui il
fascismo andò distrutto. Il resto è la storia che tutti conoscono, la
storia dell'ascensione di Di Vittorio alle più alte responsabilità
sindacali e politiche. In quella ascensione egli rimase sempre il
bracciante e il contadino di Cerignola.
Altri
parlavano meglio di Lui. Altri scrivevano meglio di Lui. Altri erano più
dotti nel citare pagine di Marx o di Lenin. Nessuno ha eguagliato il
patos umano della sua eloquenza e della sua azione. Se stasera tutta la
Roma del popolo è attorno al suo feretro, è perché nessuno meglio di Lui
ha saputo interpretarne l'animo. Se il miracolo che ha tentato la
fantasia di tanti poeti di una parola che, gridata su un feretro,
risvegli nel disfacimento fisico del corpo umano lo spirito che quell'uomo
animava, se quel miracolo potesse compiersi qui stasera, la parola che
rianimerebbe le spoglie di Di Vittorio sarebbe la parola unità. Egli
vedeva sinceramente e profondamente il valore della unità. Scompare con
Lui l'ultimo dei tre sindacalisti che tredici anni or sono gettarono le
basi dell'unità sindacale. Il primo a cadere fu Bruno Buozzi, trucidato
in un vile eccidio tedesco. Il secondo Achille Grandi. Questa sera noi
prendiamo per sempre congedo da Peppino Di Vittorio.
Lasciatemi esprimere a nome dei socialisti la speranza che l'unità che è
stasera nel cuore di milioni di uomini, si traduca e si risolva
nell'unità sindacale di tutti i lavoratori del nostro Paese. Sarà il più
bel monumento eretto alla Tua memoria, caro ed indimenticabile compagno
Di Vittorio!