Premessa: oggi mio padre compie 92 anni. Ho deciso, per l'occasione, di
dedicargli questo mio modesto studio in cui cerco di ricostruire i
tratti salienti del contributo di Giuseppe Di Vittorio al sistema dei
diritti e delle tutele dei lavoratori. Sono sicuro che babbo apprezzerà
questo mio pensiero: proprio ieri, infatti, parlando dello scritto che
sto per proporvi mi ha rivelato di aver collaborato, nel corso della sua
carriera sindacale, con l'On. Di Vittorio. In particolare, mi ha
raccontato di una lotta sindacale lunga e difficile per la definizione
dello stato giuridico del personale della scuola e dei criteri per il
reclutamento dei docenti. Questa vertenza, che si sviluppò nel corso
della seconda metà degli anni '40, culminò con uno sciopero durato ben
quindici giorni. Notevole fu l'apporto ideale e organizzativo fornito da
Giuseppe Di Vittorio alla categoria che approdò in quegli anni, pur con
notevoli sacrifici, a conquiste fondamentali. Oggi, forse, pochi ancora
ricordano queste vicende. Ma in tempi in cui i diritti dei lavoratori
hanno subito duri colpi e serie minacce credo sia opportuno riportare
alla memoria l'opera, le lotte e i sacrifici dei padri: il loro cammino
è stato lungo e travagliato. Se intendiamo davvero recuperare il tempo
perduto, occorrerà impegnarci perchè la nostra strada non sarà certo
meno difficoltosa.
La figura di Giuseppe Di Vittorio è sicuramente una delle massime
espressioni del movimento sindacale italiano. Non è facile parlare in
poche righe di un'esperienza di vita appassionata, intensa e costruttiva
quale è stata quella del grande segretario della CGIL del dopoguerra. Mi
limiterò, pertanto, a focalizzare l'attenzione sui tratti salienti della
sua vicenda politica e sindacale. Di sicura fede comunista, Giuseppe Di
Vittorio manifestò sin dalla gioventù una notevole sensibilità per le
problematiche sociali. La sua esistenza fu dedicata in modo essenziale
alla risoluzione dei problemi dei lavoratori secondo una visione di
profonda moralità unita alla convinzione che ogni rivendicazione e
istanza dei lavoratori dovesse essere portata avanti con metodo unitario
e democratico. Profondamente critico nei confronti della feroce
repressione sovietica del 1956 in Ungheria sosteneva: "il socialismo è
libertà, il socialismo è bontà, umanità. Senza consenso popolare e senza
contare sulla conquista ideale e politica e non sulla coercizione, si
rischia di far crollare ogni sforzo collettivo di ricostruzione e
rinnovamento".
Un altro cardine del suo pensiero fu il rifiuto più totale della
violenza nelle lotte di massa e nell'azione del movimento sindacale
poichè riteneva che, nel nuovo sistema democratico, la classe
lavoratrice aveva disposizione gli strumenti pacifici per sviluppare le
sue rivendicazioni e far sentire la propria voce agli altri ceti della
popolazione italiana. Questa grande carica ideale ispirò sicuramente
l'opera di Di Vittorio anche in seno all'assemblea costituente: a buon
diritto, infatti, può essere considerato il padre dell'art. 39 della
nostra Carta Costituzionale, della norma che sancisce la libertà e la
pluralità sindacale come fondamento delle relazioni fra le
organizzazioni dei lavoratori e i datori di lavoro. Di Vittorio sviluppò
nel suo intervento alla Costituente un modello di sindacato e di
relazioni fra questo e lo Stato che si poneva in una posizione mediana
rispetto alle concezioni che sino ad allora avevano tenuto banco: da un
lato, infatti, la concezione corporativa vedeva nel sindacato un ente di
diritto pubblico giuridicamente riconosciuto dallo stato e sottoposto al
controllo delle autorità tutorie; dall'altro, la visione liberale
secondo la quale il sindacato non ha rapporti giuridici con lo stato e
non riceve da questi alcun sostegno.
L'art. 39 presentato alla terza sottocommissione della Costituente
dall'On. Di Vittorio si pone dunque come soluzione intermedia giacchè
respinge sia la natura pubblica del sindacato, sia la visione meramente
privatistica dei suoi compiti, da gruppo di pressione rispetto al quale
lo stato è agnostico. Per questo, pur entro un regime di sostanziale
libertà da ingerenze statali, l'art. 39 conferisce ai contratti
collettivi efficacia erga omnes, vale a dire, anche rispetto ai
non iscritti ai sindacati. L'incisività dell'azione sindacale è
rafforzata inoltre dal riconoscimento dello sciopero che occupa una
posizione privilegiata rispetto alla serrata nonché, come sancito più
tardi dalla Corte Costituzionale, dal suo possibile uso come mezzo di
pressione economico-politica. In seguito al crollo dell'unità sindacale
e alla mancata realizzazione delle relative norme di attuazione, il
sistema delineato dall'art. 39 della Costituzione entro in crisi. Si
affermò nel corso degli anni '50 una visione delle relazioni sindacali
di stampo chiaramente privatistico, fortemente sbilanciato a favore dei
datori di lavoro, caratterizzato anche da una liberalizzazione
progressiva del controllo sull'attività sindacale in azienda e sullo
sciopero volta a contenere la allora forte spinta antagonista del
movimento sindacale.
Questa tendenza venne progressivamente superata dapprima, con il
distacco delle aziende a partecipazione statale dalla politica della
confindustria e, successivamente, con la legge 300 del 1970 che, per la
prima volta regolò l'esercizio dell'attività sindacale all'interno dei
luoghi di lavoro. Con questa legge si affermava una visione del
sindacato sostenuto ma non per questo contollato dallo stato e,
sicuramente, in ciò è facile ravvisare una continuità di pensiero fra i
padri dello Statuto dei Lavoratori e l'opera di Giuseppe Di Vittorio che
oggi, a conclusione di alcune interessanti letture, sento la necessità e
il dovere di ricordare anche a beneficio di chi, come me, non ha vissuto
quella grande stagione di profondi contrasti e riforme che trovò in Di
Vittorio uno dei suoi più grandi e appassionati protagonisti.
[ tratto dal blog Metamorphosis
http://metamorphosis.blog.lastampa.it/metamorphosis/index.html ]
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