{"id":2964,"date":"2013-04-18T11:21:22","date_gmt":"2013-04-18T11:21:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/?page_id=2964"},"modified":"2013-04-18T11:21:22","modified_gmt":"2013-04-18T11:21:22","slug":"lombardi","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/lombardi\/","title":{"rendered":"Il Piano del lavoro (di Riccardo Lombardi)"},"content":{"rendered":"<p>Solo chi aveva conosciuto Di Vittorio prima dell&#8217;emigrazione pot\u00e8 misurare lo sviluppo che le qualit\u00e0 umane, politiche e culturali accumulate durante la giovinezza avevano subito attraverso le lotte e i cimenti della lunga cospirazione. Avevo conosciuto Di Vittorio nell&#8217;inverno del 1926, immediatamente dopo la promulgazione delle leggi eccezionali, allorch\u00e9, colpito da mandato di cattura era nascosto nella casa di mia madre attendendo il suo turno per l&#8217;espatrio clandestino; e in quel tempo portava impresse e direi parlanti in tutto il suo essere le caratteristiche dell&#8217;agitatore di razza. Chi lo rivide nel 1945 non tard\u00f2 ad accorgersi che l&#8217;agitatore sindacalista era divenuto un grande capo politico. Colpiva siffatta trasformazione, anche negli aspetti esteriori (ma quanto significativi!) della parlata e nell&#8217;aspetto fisico che andava assumendo quella composta espressione di forza cosciente e controllata che mi richiamava suggestivamente la figura di Pietro nell&#8217;affresco di Masaccio all&#8217;Annunciata.<\/p>\n<p>Questa sua maturata qualit\u00e0 di capo politico, trov\u00f2 nella grande campagna di preparazione, di impostazione e di sviluppo del \u201cPiano del lavoro\u201d l&#8217;occasione e, insieme,\u00a0 l&#8217;ambiente pi\u00f9 congeniale per offrire la massima misura di s\u00e9. A chi ritorna col pensiero a quegli anni, del resto recenti, ma arricchito dall&#8217;esperienza di tutto ci\u00f2 che in fatto di organica politica, economica e di tentativi di pianificazione, si \u00e8 discusso, fatto e soprattutto non fatto in Italia, pu\u00f2, oggi, apparire ovvio l&#8217;impegno assunto allora dalla CGIL sotto l&#8217;impulso preminente di Di Vittorio; cio\u00e8 quella via pu\u00f2 apparire come dettata naturalmente dalle cose e perci\u00f2 non necessitante alcuna lotta politica di fondo. A tal punto taluni fondamentali criteri di politica economica democratica sono divenuti oramai perfino banali.<br \/>\nMa cos\u00ec non era attorno agli anni &#8217;49-&#8216;5O: sicch\u00e9 il lancio del Piano del lavoro, come politica capace di impegnare l&#8217;intera classe operaia, i contadini e gli strati sfruttati dei ceti medi, rappresent\u00f2 una vera e propria scelta politica, la conclusione di una difficile e a lungo incerta lotta politica. Chi ne volesse la prova, potr\u00e0 trovarla nel fatto che quei problemi di indirizzo e di metodo senza la cui soluzione preventiva la politica del Piano di lavoro sarebbe stata letteralmente impossibile, sono stati a lungo, e sono in parte ancora, all&#8217;ordine del giorno di altri movimenti operai nazionali nei paesi capitalistici, e ne costituiscono ancora in vario modo la problematica.<\/p>\n<p>Ai tanti che ancor oggi vedono in quella politica un mero espediente sia pur geniale per \u201cforzare\u201d una situazione di chiusura per la classe operaia quale si era verificata dopo il 1948 (e sarebbe gi\u00e0 non piccolo merito), o come una trovata trasformistica per rovesciare un corso politico scarsamente redditizio, si pu\u00f2 offrire, come tema di riflessione la difficile lotta che la CGIL con alla testa Di Vittorio sostenne non solo\u00a0<em>prima<\/em>\u00a0ma anche\u00a0<em>dopo\u00a0<\/em>l&#8217;adozione della politica del Piano, per giustificarla e raccomandarla innanzi a tutto il movimento operaio internazionale. Basta rileggere il dibattito intervenuto al congresso sindacale mondiale di Vienna per ricavarne la misura e l&#8217;importanza della scelta fatta dal movimento sindacale unitario italiano. Basta ancora confrontare i dibattiti intervenuti nei due ultimi congressi nazionali della C.G.T. francese (e specialmente nel penultimo) con quelli dei congressi confederali italiani (Napoli e Roma) sul problema, appunto, della adozione da parte dei sindacati operai di una linea di politica economica accanto alla tradizionale politica rivendicativa, perch\u00e9 appaia in tutta la sua chiarezza la posizione di avanguardia, e in certo momento addirittura di punta, assunta dalla CGIL.<\/p>\n<p>Non credo di indulgere alla commozione, che suscita in me il ricordo di una collaborazione intensa nel momento forse pi\u00f9 felice e produttivo della travagliata vita di Di Vittorio, se affermo che senza di lui quella scelta e quella politica non sarebbero state possibili. Certamente esse risultarono da un concorso di contributi assai diversi e distanti: ma colui che rese organici quei contributi, che li ridusse alla ragion comune del movimento operaio, che li impose ai riluttanti e ai diffidenti gettando generosamente sul piatto della bilancia il peso di una ineguagliata autorit\u00e0 morale, prima ancora che politica, fu Giuseppe Di Vittorio.<br \/>\nQuando nel marzo 1950, al convegno sul Piano del lavoro, nel teatro romano delle Quattro Fontane, nel pieno della guerra fredda e della offensiva padronale e governativa contro il movimento operaio, si videro economisti, studiosi, sindacalisti, parlamentari, ministri in carica di ogni parte venire a \u201cfare i conti\u201d col movimento sindacale unitario e con la CGIL, apparve chiara a tutti la straordinaria fecondit\u00e0 di quella iniziativa. Fu un trionfo, anche personale, per Di Vittorio, per la tenace volont\u00e0, per la straordinaria capacit\u00e0 di lavoro che erano riuscite a mettere l&#8217;organizzazione unitaria dei lavoratori all&#8217;avanguardia dello sviluppo democratico nazionale.<\/p>\n<p>Il nome di Di Vittorio perci\u00f2 resta legato intimamente a quello che fu forse l&#8217;esperienza pi\u00f9 produttiva e il momento pi\u00f9 felice del movimento sindacale italiano, esperienza per altro ancora assai lontana dal potersi dire esaurita. Anche qui perci\u00f2 Di Vittorio ci ha lasciato una eredit\u00e0, non solo di memorie, che tocca a noi non disperdere e far fruttificare.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u201cRassegna Sindacale\u201d, a. 1957, nn. 21-22, pp.619-620<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Solo chi aveva conosciuto Di Vittorio prima dell&#8217;emigrazione pot\u00e8 misurare lo sviluppo che le qualit\u00e0 umane, politiche e culturali accumulate durante la giovinezza avevano subito attraverso le lotte e i cimenti della lunga cospirazione. 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