{"id":2960,"date":"2013-04-18T11:20:16","date_gmt":"2013-04-18T11:20:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/?page_id=2960"},"modified":"2013-04-18T11:22:24","modified_gmt":"2013-04-18T11:22:24","slug":"parri","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/parri\/","title":{"rendered":"Il giusto (di Ferruccio Parri)"},"content":{"rendered":"<p>Di Giuseppe Di Vittorio conservavo da giovane l&#8217;immagine un poco convenzionale del sindacalista rivoluzionario. Qualche contorno pi\u00f9 preciso alla sua fisionomia poteva darmelo la sua origine: pugliese anch&#8217;egli come Salvemini, con quella forza istintiva e generosa che trascinava noi dietro il nostro maestro di Molfetta, con quella dirittura d&#8217;animo di sorgiva cos\u00ec direttamente popolana. Ed era di Cerignola. Sapevo cosa era Cerignola: quelle stamberghe lercie sulla strada fangosa, quella tradizione millenaria di fatiche e di stenti stampata sui visi della povera gente. Un lungo grido, una invocazione disperata alla giustizia sorge da quegli stracci, da quella miseria, da quella condanna all&#8217;ignoranza. Chi sorge a difenderla reca incisa in fondo all&#8217;anima la pi\u00f9 antica, la pi\u00f9 saggia, e la pi\u00f9 amara, parola d&#8217;ordine della societ\u00e0 umana:\u00a0<em>justit\u00eca jundamentum regni.<\/em><\/p>\n<p>Questo Di Vittorio un poco mitologico lo conobbi pi\u00f9 da vicino dopo la Liberazione, quando le vicende politiche m&#8217;obbligarono a trattare con la neonata organizzazione sindacale dei problemi di vita e di lavoro del 1945. Anno di angustie materiali terribili. La povera gente domandava da mangiare e da coprirsi, specialmente nel Mezzogiorno. Un Governo moderno e democratico avrebbe dovuto considerare il sindacato, pi\u00f9 che come collaboratore, come strumento e compartecipe, anche naturalmente delle responsabilit\u00e0.<br \/>\n\u201cO non abbiamo promesso di inserire direttamente nello Stato le classi lavorataci, di farle partecipi del proprio governo e delle responsabilit\u00e0 nazionali?\u201d domandavo io agli oppositori interni della esarchia. Non si and\u00f2 molti avanti. La Liberazione era gi\u00e0 dietro le spalle, e l&#8217;ondata di ritorno ci stava gi\u00e0 soverchiando. E poi trattai con Di Vittorio sforzandomi di conciliare come mediatore la grande vertenza nazionale subito risorta. I miei sforzi fallirono soprattutto per l&#8217;irrigidimento dell&#8217;ultima ora della parte padronale, che prefer\u00ec accettare l&#8217;anno dopo il lodo da De Gasperi. Presi allora la misura di quell&#8217;uomo: preparato e serio, bene informato di tutti gli aspetti di una vertenza economicamente e sindacalmente cos\u00ec complessa; l&#8217;avrei preferito pi\u00f9 cedevole: ma dovetti riconoscere che era giustamente fermo; caldo e persuasivo, quando sentiva che doveva trattare da uomo a uomo.<br \/>\nMi disse allora e mi ripet\u00e8 altra volta: \u201cE&#8217; difficile che voi possiate rendervi conto quale sforzo io ed i compagni della CGIL dobbiamo fare per frenare, moderare le impazienze istintive della base, contenere le agitazioni e dare ad esse obiettivi sensati\u201d.<\/p>\n<p>Le vicende politiche e personali mi tennero qualche anno lontano. Seguivo con interesse lo sforzo della Confederazione per elaborare un piano nazionale di riforme. Sentivo il danno della nostra vita politica a spaccature cos\u00ec nette, di dialettica e superamento cos\u00ec difficile, facendo io qualche rimprovero a Di Vittorio ed ai suoi compagni di non cercare pi\u00f9 ampiamente collegamenti, e possibilit\u00e0 di controllo e confronto con i nostri ambienti di studio. Quando il sindacato oltrepassa il piano delle rivendicazioni salariali ha bisogno di appoggi non solo numerici.<br \/>\nMa il rimprovero maggiore, di mancanza di coraggio, lo dovevo rivolgere a me stesso ed ai nostri ambienti. A noi sarebbe spettato il dovere dell&#8217;avvicinamento cordiale per una collaborazione sul piano dello studio. E questo rimorso mi rimane ora che Di Vittorio se n&#8217;e andato. Egli era fortemente impegnato, sinceramente impegnato, senza riserve mentali, nello sforzo che un Turati moderno avrebbe detto di \u201crifare l&#8217;Italia\u201d.<br \/>\nEra ancora il sogno generoso del bracciante di Cerignola. Quale forza viene a mancare al proletariato italiano! Quando il popolo di Roma seguiva il suo carro funebre sentivo ben chiara qual&#8217;era la sorgente di quell&#8217;affetto, di quell&#8217;attaccamento, di quella ovazione spontanea. Era la ricchezza generosa dell&#8217;anima mai inaridita, la prima fonte della fiducia dei lavoratori nel combattente unicamente e sempre devoto alla loro liberazione, ed alla loro ascensione. La sua forza e la sua autorit\u00e0 non erano mai declinate perch\u00e9 non si era mai oscurato il suo vigore morale.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 questa la lezione prima che egli lascia anche a noi, che ne serbiamo cara ed affettuosa l&#8217;immagine nella memoria del cuore; che egli lascia ai lavoratori: il socialismo vince se la sua spina dorsale \u00e8 data dalle verit\u00e0 superiori ed umane delle quali deve esser portatore.<\/p>\n<p>\u201cRassegna Sindacale\u201d, a. 1957, nn. 21-22, pp. 617-618<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Giuseppe Di Vittorio conservavo da giovane l&#8217;immagine un poco convenzionale del sindacalista rivoluzionario. Qualche contorno pi\u00f9 preciso alla sua fisionomia poteva darmelo la sua origine: pugliese anch&#8217;egli come Salvemini, con quella forza istintiva e generosa che trascinava noi dietro il nostro maestro di Molfetta, con quella dirittura d&#8217;animo di sorgiva cos\u00ec direttamente popolana. 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