{"id":2934,"date":"2013-04-18T11:06:27","date_gmt":"2013-04-18T11:06:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/?page_id=2934"},"modified":"2013-04-18T11:06:27","modified_gmt":"2013-04-18T11:06:27","slug":"rapelli","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/rapelli\/","title":{"rendered":"Il sindacalista (di Giuseppe Rapelli)"},"content":{"rendered":"<p>Di Vittorio va al sindacalismo per un imperioso bisogno di giustizia: egli si sente interprete delle aspirazioni dei suoi compagni di lavoro e sente soprattutto la umilt\u00e0 della sua origine. Bisogna cancellare gradualmente le differenze sociali. Di qui la sua &#8220;intuizione&#8221;: non gesti di rivolta che a nulla approdano, ma un&#8217;azione ordinata rivolta al fine che si \u00e8 proposto: il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Egli riprende, cos\u00ec, l&#8217;impostazione dei vecchi sindacalisti, provveduto com&#8217;era di mente e di cuore: bisogna unirsi; \u00e8 l&#8217;unione, \u00e8 la solidariet\u00e0 che d\u00e0 la forza. Bisogna convincerei compagni di lavoro: non bisogna far nascere urti tra i lavoratori. Il &#8220;crumiro&#8221; ha sbagliato, bisogna persuaderlo a non sbagliare pi\u00f9. C&#8217;\u00e8 il lavoratore &#8220;forestiero&#8221; che arriva nel paese per lavorare a condizioni pi\u00f9 basse di quelle strappate localmente ai &#8220;padroni&#8221;; ebbene, questo lavoratore non dev&#8217;essere trattato come un &#8220;nemico&#8221;, \u00e8 una vittima anche lui dell&#8217;ingiustizia sociale, bisogna spiegargli il danno che la sua azione\u00a0<em>inconsapevolmente\u00a0<\/em><traditrice reca, bisogna persuaderlo a non farlo pi\u00f9. Perci\u00f2 Di Vittorio si presenta giovinetto alla ribalta sindacale con questa vocazione che \u00e8 insieme di apostolo e di organizzatore: dare una coscienza ai lavoratori.\n\nNaturalmente questa non pu\u00f2 essere per lui se non una coscienza di classe: e questa si deve esprimere, dapprima, in una consapevolezza di azione sindacale, e, successivamente, di azione politica. Per questo Di Vittorio non \u00e8 un \"tecnico\" del sindacalismo, anche se nei due sindacalismi \u2014 quello prima del fascismo e quello del post-fascismo \u2014 imprimer\u00e0 l'inconfondibile segno della sua personalit\u00e0. Lo stesso suo aderire alla \"frazione sindacalista\" \u00e8 una prova di chi \u00e8 Di Vittorio: egli teme il pericolo che, col \"riformismo sindacale\", si burocratizzi troppo l'organizzazione e si formi tra i lavoratori una mentalit\u00e0 \"corporativista\", che spezza i legami della solidariet\u00e0 tra i lavoratori meglio trattati e quelli peggio trattati. Il suo sentimento di \"unit\u00e0\" sta qui: nel vivere lo spirito di solidariet\u00e0 fra i lavoratori, fra gli umili: \u00e8 quel sentimento \"cristiano\" che Achille Grandi sentir\u00e0 in Di Vittorio.\n\nPi\u00f9 tardi, l'adesione a un partito marxista forse \"razionalizzer\u00e0\" in Di Vittorio il concetto di unit\u00e0, ma bastava un suo impeto oratorio per riscoprire in lui quel sentimento \"cristiano\" che Achille Grandi gli riconosceva. Certo, la tecnica \"sindacale\" dei primi accordi con gli agrari pugliesi, che adopera Di Vittorio, \u00e8 assai limitata. Ma ci\u00f2 si deve alla prassi sindacale del tempo e alle condizioni di ambiente in cui viveva, da secoli, il bracciantato pugliese. Di Vittorio, per\u00f2, anima questa \"tecnica\", non tanto con il criterio di un'agitazione pi\u00f9 o meno permanente, (che pure era tipico di parecchi della \"frazione sindacalista\"), quanto con una visione pi\u00f9 ampia: i lavoratori di Cerignola devono sentirsi uniti a quelli dei finitimi comuni pugliesi; bisogna non essere isolati rispetto agli altri, bisogna gradualizzare l'azione, per non fare passi indietro.\n\nEgli, che non poteva essere un \"riformista\", era, tuttavia, un \"gradualista\", che, per\u00f2, non ammetteva soste: voleva un'azione continua, che si fondasse essenzialmente sul grado di consapevolezza dei lavoratori. I lavoratori devono riconoscere nei benefici ottenuti non tanto una \"capacit\u00e0 dei capi\" quanto un frutto della loro azione, ch'\u00e8 resa cosciente e consapevole dal legame di fratellanza, dal sentimento di solidariet\u00e0 dei lavoratori stessi. Ed egli sar\u00e0 un \"fratello maggiore\": quello che pagher\u00e0 per primo gli errori compiuti: egli che scriver\u00e0 un giorno a me di aver \"s\u00ec sbagliato, ma tradito mai...\".\n\nEppure chi rilegge i cenni biografici che di lui furon scritti, comprende ch'egli sbagli\u00f2 perch\u00e9 non poteva astrarsi dai sentimenti di una massa che rappresentava, e che se sbagliava l'errore era provocato in lui da un istinto primordiale e incontenibile di risentimento per la giustizia offesa. Ma egli, ch'era \"agitatore di idee\", aveva pur voluto e saputo contenere tale istinto spontaneo e primordiale, e poteva, quindi, affrontare sereno il giudizio \"legale\" dell'autorit\u00e0 costituita, e patire il carcere, perch\u00e9 si sentiva forte nella sua coscienza di aver fatto ogni cosa affinch\u00e8 le agitazioni a cui egli aveva dato contributo di \"anima\" non andassero oltre il lecito.\n\nSar\u00e0 l'azione\u00a0<em>politica\u00a0<\/em>dei lavoratori che lo liberer\u00e0 dal carcere, dove era costretto a seguito di un&#8217;agitazione\u00a0<em>sindacale.<\/em>Avr\u00e0 egli avvertito, allora, la maggior forza che viene ai lavoratori dal &#8220;suffragio universale&#8221; pi\u00f9 che dallo &#8220;sciopero generale&#8221;?<br \/>\nNon saprei rispondere. Ma in un certo senso \u00e8 la smentita a Sorel quella ch&#8217;egli vive nell&#8217;esperienza del 1921 e che diventa per lui adesione alla tesi della conquista\u00a0<em>politica\u00a0<\/em>del potere ai lavoratori. Anche cos\u00ec si prepara il suo successivo ingresso nel Partito Comunista.<br \/>\nQuand&#8217;egli riprender\u00e0 nel 1943 i contatti &#8220;legali&#8221; col mondo del lavoro italiano, si accorger\u00e0 dei mutati tempi, di quale traccia l&#8217;esperienza fascista dell&#8217;ordinamento sindacale giuridico abbia lasciato tra i lavoratori, e come essa abbia generalizzato un sistema contrattualistico, di cui si dovr\u00e0 tener conto, e che render\u00e0 difficile la ripresa del mondo del lavoro con le sole armi del vecchio sindacalismo prefascista.<\/p>\n<p>L&#8217;accordo sulle Commissioni Interne del settembre &#8217;43 \u00e8 soprattutto voluto da uomini del Nord: Buozzi, Roveda, Quarello. Eppure Di Vittorio \u2014 il pugliese, il bracciante meridionale, il sindacalista \u2014 comprender\u00e0 successivamente che il problema delle Commissioni Interne \u00e8 fondamentale per la costruzione di un potere sindacale e di una democrazia operaia che sa valersi anche della eredit\u00e0 contrattuale fascista, e porti i lavoratori ad una attivizzazione diretta senza correre il pericolo di una nuova burocratizzazione sindacale, e di una degenerazione &#8220;particolaristica&#8221; dell&#8217;azione sindacale. Di Vittorio tenter\u00e0, dapprima, appena avvenuta la liberazione dell&#8217;intero territorio nazionale, la strada delle grandi agitazioni e dei grandi accordi nazionali, riuscendovi e contribuendo (del che non tutti gli industriali e i borghesi gli daranno merito) a ristabilire un ordine: un ordine che avrebbe dovuto consolidarsi attraverso l&#8217;attuazione della Costituzione repubblicana.<br \/>\nMa alla formulazione di quell&#8217;articolo 39 egli non concord\u00f2 con chi, come me, voleva le rappresentanze unitarie elette da tutti i lavoratori, iscritti e non ai sindacati, e non previde che, un giorno, sarebbe stato difficile provare il numero degli iscritti, specie realizzandosi la fin d&#8217;allora prevista pluralit\u00e0 sindacale. Questa mancata concordanza<\/p>\n<p>ha concorso a ritardare l&#8217;attuazione dell&#8217;articolo 39 e ha permesso, dopo la scissione del &#8217;48, l&#8217;indebolimento del potere sindacale dei lavoratori. Man mano, s&#8217;era resa pi\u00f9 evidente l&#8217;intenzione di molti datori di lavoro di valersi della scissione e dell&#8217;anticomunismo per tentare i sindacati concorrenti (CISL e UIL) sul piano delle trattative separate. Certo che, date le origini e la &#8220;forma mentis&#8221; di Di Vittorio, rimane incomprensibile la sua adesione alla contrattazione aziendale, che spezza l&#8217;unit\u00e0 di azione tra i lavoratori delle aziende di uno stesso settore produttivo. La contrattazione aziendale pu\u00f2 essere pi\u00f9 propria a chi, seguace della &#8220;Quadradegimo anno&#8221;, vuole il passaggio dal contratto di salario al contratto di societ\u00e0. E&#8217; stato un ripiegamento, quello di Di Vittorio su tale questione, dovuto \u2014 ne sono persuaso \u2014 a necessit\u00e0 pi\u00f9 che a convinzione.<br \/>\nE l&#8217;ultimo periodo della vita sindacale di Di Vittorio, a veder bene, si incentr\u00f2 nella sua attivit\u00e0 parlamentare, membro \u00a0autorevole della Commissione del Lavoro, e non attorno ai tavoli delle trattative sindacali. L&#8217;accordo nazionale sul &#8220;conglobamento&#8221; del giugno 1954 lo trova tagliato fuori dalla conclusione finale. Gli industriali hanno avuto buon gioco nell&#8217;allontanarlo. E da parte industriale si assecond\u00f2 ormai ogni tentativo per respingere l'&#8221;intervento giuridico&#8221; nelle questioni sindacali. Meglio, per ora, regolare i lavoratori sul terreno dei rapporti di forza.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che i lavoratori sono oggi pi\u00f9 temuti per la &#8220;scheda&#8221; che non per lo &#8220;sciopero&#8221;: di qui il dramma finale del sindacalista Di Vittorio. Egli sent\u00ec di dover ritornare ad essere, come agli inizi, apostolo di una coscienza fra i lavoratori, per restituire con l&#8217;unione e con la solidariet\u00e0, una forza al sindacato e fare del sindacato una scuola. Ricominciare da capo. Per questo hanno particolare valore le ultime parole pronunciate a Lecco. Egli che aveva pur contribuito coi grandi accordi sindacali del &#8217;45, &#8217;46, &#8217;47 a determinare una forza sindacale, per un errore di valutazione, per un eccesso di fiducia in una CGIL incrollabile, &#8221; ormai costretto ad agire pi\u00f9 che sul terreno specificamente sindacale su un terreno di competizioni elettoralistiche per le votazioni delle Commissioni Interne. Egli deve perci\u00f2 proporsi di sostituire a un diminuito &#8220;potere sindacale&#8221;, un sufficiente &#8220;potere politico&#8221;, e ricominciare da capo, propagandando idee per rifare una coscienza sindacale ai lavoratori, per ottenere che a una attivizzazione sindacale si accompagni una attivizzazione politica.<\/p>\n<p>Uomo di fede, Di Vittorio \u00e8 stato &#8220;sindacalista&#8221; per vocazione. Aveva fiducia in s\u00e9 e nei lavoratori. Accade per\u00f2 al sindacalista,come pu\u00f2 accadere al politico, di compiere l&#8217;errore di non proporzionare gli strumenti secondo i tempi. Lo strumento che rende al massimo in un certo momento pu\u00f2 rendere molto meno successivamente, e allora il problema sta nel munirsi di altri strumenti di scorta per far continuare la marcia al movimento sindacale e operaio.<br \/>\nLa scomparsa di Di Vittorio coincide con una fase critica del movimento sindacale italiano; e per un certo aspetto la aggrava. Ma la sua lezione sta nel dirci che solo attraverso l&#8217;azione congiunta, anche se distinta, degli strumenti sindacali e politici si potr\u00e0 superare l&#8217;attuale fase critica. L&#8217;esperienza vissuta da Di Vittorio lo pu\u00f2 ben insegnare.<\/p>\n<p align=\"justify\">&#8220;Rassegna Sindacale&#8221;, a. 1957, nn. 21-22, pp.599-602<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Vittorio va al sindacalismo per un imperioso bisogno di giustizia: egli si sente interprete delle aspirazioni dei suoi compagni di lavoro e sente soprattutto la umilt\u00e0 della sua origine. Bisogna cancellare gradualmente le differenze sociali. 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