{"id":2716,"date":"2013-03-27T10:50:36","date_gmt":"2013-03-27T10:50:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/?page_id=2716"},"modified":"2013-03-27T12:26:41","modified_gmt":"2013-03-27T12:26:41","slug":"lattualita-di-giuseppe-di-vittorio-di-antonio-carioti","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.casadivittorio.it\/cdv\/centro-di-documentazione\/testi-su-giuseppe-di-vittorio\/lattualita-di-giuseppe-di-vittorio-di-antonio-carioti\/","title":{"rendered":"L&#8217;attualit\u00e0 di Giuseppe Di Vittorio (di Antonio Carioti)"},"content":{"rendered":"<p><em>di Antonio Carioti *<\/em><\/p>\n<p><em><\/em>\u00c8 passato quasi un secolo da quando\u00a0<a href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Giuseppe_Di_Vittorio\">Giuseppe Di Vittorio<\/a>, ancora adolescente, intraprese l\u2019attivit\u00e0 di agitatore sindacale a Cerignola, sua citt\u00e0 natale del Tavoliere pugliese. Fu un\u2019esperienza esaltante ma molto aspra, che lo segn\u00f2 per tutta la vita. All\u2019epoca, nella pi\u00f9 estesa pianura del Mezzogiorno, i conflitti sociali contrapponevano frontalmente una ristretta oligarchia di proprietari terrieri a vaste masse di braccianti poveri, trattati come bestie da soma. Non di rado le lotte dei lavoratori sfociavano in tumulti violenti. Si parlava di &#8220;Puglia rossa&#8221;, per lo sviluppo straordinario che avevano conosciuto le leghe bracciantili, ma anche di &#8220;regione degli eccidi cronici&#8221;, per la frequenza dei casi in cui le forze dell\u2019ordine sparavano sui manifestanti.<\/p>\n<p>In quel clima difficile, il giovane Di Vittorio matur\u00f2 un modo di concepire il compito del sindacato che metteva al primo posto l\u2019unit\u00e0 dei salariati: la sua maggiore preoccupazione era evitare che gli agrari dividessero i lavoratori, magari ingaggiando al posto degli scioperanti manodopera proveniente da fuori e disposta a farsi sfruttare in modo ancora pi\u00f9 pesante. Molti anni pi\u00f9 tardi, quando divenne il leader della Cgil dopo la caduta del fascismo, mantenne un\u2019impostazione analoga, rigidamente egualitaria, che vedeva la classe operaia come una moltitudine indifferenziata da far progredire in blocco. Di qui l\u2019accentramento esasperato della contrattazione economica a livello nazionale, con l\u2019ostinato rifiuto di articolarla e decentrarla sui luoghi di lavoro, per il timore di veder nascere sindacati aziendali che rompessero l\u2019unit\u00e0 del proletariato industriale. Fu un errore pagato a caro prezzo, con le sconfitte subite nelle fabbriche dalla Cgil nelle elezioni delle commissioni interne, a partire dal tracollo patito alla Fiat nel 1955. Ma ci\u00f2 non basta a concludere che Di Vittorio, morto due anni dopo, fu il protagonista di un\u2019epoca da consegnare in tutto e per tutto alla storia, dunque un uomo che non ha pi\u00f9 nulla da dire a noi contemporanei.<br \/>\nI limiti culturali del sindacalista pugliese hanno un rovescio della medaglia, che merita di essere posto in luce. Unit\u00e0 dei lavoratori per lui significava che il sindacato non poteva tutelare solo i propri iscritti, ma doveva assumere anche la rappresentanza dei disoccupati, quindi farsi promotore di una politica economica in grado di espandere le opportunit\u00e0 d\u2019impiego. Il &#8220;piano del lavoro&#8221; da lui proposto nel 1949, pur con tutti gli aspetti criticabili che gli studiosi non hanno mancato di rilevare, dimostrava la capacit\u00e0 della Cgil di porsi di fronte ai problemi del Paese con un atteggiamento costruttivo, nei fatti riformista, che anticipava di molto la successiva evoluzione della sinistra italiana. E un altro punto importante su cui Di Vittorio insisteva con forza era la difesa dei diritti dei lavoratori, ridotti a minimi termini dallo strapotere della controparte imprenditoriale negli anni difficili della ricostruzione. Fu lui, al Congresso della Cgil tenuto a Napoli nel 1952, a lanciare l\u2019idea di uno statuto che garantisse ai dipendenti di non subire abusi e discriminazioni sui luoghi di lavoro. Il richiamo alle libert\u00e0 individuali e collettive, a quello che pi\u00f9 tardi Enrico Berlinguer avrebbe chiamato &#8220;valore universale della democrazia&#8221;, era centrale per Di Vittorio, in Italia e nei Paesi capitalisti, ma anche altrove. Non solo fece di tutto perch\u00e9 la Federazione sindacale mondiale di osservanza sovietica, della quale era presidente, accettasse nel Congresso del 1953 il principio della libert\u00e0 d\u2019organizzazione dei lavoratori, niente affatto praticato sotto i regimi del &#8220;socialismo reale&#8221;, ma tre anni dopo si schier\u00f2 a favore della rivoluzione ungherese repressa nel sangue dall\u2019Armata rossa, anche se poi il Pci lo costrinse a una dolorosa marcia indietro.<\/p>\n<p>Iscritto a quel partito dal 1924, dopo aver militato da giovane (era nato nel 1892) nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario con\u00a0<a href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Alceste_De_Ambris\">Alceste De Ambris<\/a>\u00a0e Filippo Corridoni, era tuttavia un &#8220;comunista senza dogmi&#8221;, che anteponeva costantemente l\u2019analisi concreta della realt\u00e0 agli schemi astratti dell\u2019ideologia. Gi\u00e0 nel 1939 aveva dissentito dal patto Molotov-Ribbentrop fra Germania nazista e Unione Sovietica, pi\u00f9 tardi avrebbe combattuto ogni tendenza estremista e settaria, attirandosi frequenti critiche, registrate puntualmente nei verbali della direzione comunista, da parte degli ambienti pi\u00f9 oltranzisti del partito. Quando poi \u2013 torniamo al 1955 \u2013 la Cgil fu duramente battuta alla Fiat, Di Vittorio si addoss\u00f2 personalmente la responsabilit\u00e0 dell\u2019insuccesso e avvi\u00f2 un\u2019autocritica coraggiosa, evidenziando i limiti delle scelte da lui stesso sostenute in precedenza.<br \/>\nDifendere l\u2019autonomia del sindacato dalle interferenze politiche, anche della propria parte. Battersi perch\u00e9 a tutti i lavoratori sia assicurato l\u2019esercizio di alcuni diritti essenziali. Misurarsi con i problemi senza pregiudizi, con l\u2019obiettivo prioritario di migliorare nei fatti le condizioni di vita dei salariati, offrendo una tutela anche ai soggetti estranei all\u2019organizzazione sindacale. Sono altrettante parole d\u2019ordine cui Di Vittorio rimase sempre fedele. E insegnamenti che ha lasciato in eredit\u00e0. Non pare una forzatura affermare che la lunga e sofferta trasformazione del comunismo italiano ha seguito nella sostanza proprio le linee da lui indicate. Basta pensare che la sua Cgil assunse nei confronti del Mercato comune europeo una posizione di apertura ben differente dalla contrariet\u00e0 iniziale del Pci.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. Oggi che il mercato del lavoro si va frammentando all\u2019infinito, con la proliferazione di figure atipiche cui spesso fondamentali garanzie sono negate, per non parlare della questione costituita dalla manodopera immigrata e dalla necessit\u00e0 di offrirle un minimo di protezione sociale, non sembra proprio che la lezione di Di Vittorio, animata dall\u2019assillo costante di tutelare i soggetti pi\u00f9 deboli, possa essere relegata nel dimenticatoio. Si tratta semmai (e certo non \u00e8 facile) di trovare strumenti nuovi per conseguire scopi analoghi.<\/p>\n<p>(*) giornalista del Corriere della Sera, autore del recente volume\u00a0<em>Di Vittorio,<\/em>\u00a0edito per la collana\u00a0<em>L\u2019identit\u00e0 italiana<\/em>\u00a0de il Mulino, Bologna 2005. (L\u2019articolo \u00e8 stato scritto per &#8220;ANCI Rivista&#8221;, in corso di stampa, maggio2006)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Antonio Carioti * \u00c8 passato quasi un secolo da quando\u00a0Giuseppe Di Vittorio, ancora adolescente, intraprese l\u2019attivit\u00e0 di agitatore sindacale a Cerignola, sua citt\u00e0 natale del Tavoliere pugliese. Fu un\u2019esperienza esaltante ma molto aspra, che lo segn\u00f2 per tutta la vita. 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