Lavoro, così l’Italia ebbe un «Piano»

Nel 1950 Di Vittorio lanciava l’innovativa proposta

AVVENIVA 60 ANNI FA – FU IL LEADER SINDACALE PUGLIESE A FORMULARE IL PROGRAMMA DI SVILUPPO ECONOMICO E CIVILE. FACENDO SCUOLA
di Vito Antonio Leuzzi

BOX – Oggi a Foggia (ore 9.30 presso l’Aula magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università) l’Associazione «Casa Di Vittorio» organizza un convegno su «Storia e attualità del Piano del Lavoro». Presiede Baldina Di Vittorio, figlia del leader sindacale. Intervengono: Silvia Godelli, assessore regionale al Mediterraneo, Giuliano Volpe, rettore dell’Università di Foggia, i docenti universitari Piero Craveri, Giuseppe Berta, Luigi Masella e Marco Barbieri, nonché Marco Magnani della Banca d’Italia, Enrico Panini della segreteria nazionale CGIL e Fabrizio Barca del ministero dell’Economia e delle Finanze.

«La questione che ci poniamo è la seguente: è possibile che un grande popolo civile e ingegnoso come l’italiano, non debba essere capace di mobilitare tutti i suoi scienziati, i suoi tecnici, i suoi operai, i suoi braccianti; di unire in uno sforzo collettivo tutti ceti sociali interessati. È possibile insomma unificare gli italiani onesti attorno ad un obiettivo comune, nazionale, di lavoro di sviluppo economico».

Così Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, sessant’anni fa formulava una strategia di sviluppo economico e civile del Paese, noto come «Piano del lavoro», in una situazione di profonda crisi economica e sociale, ereditata dal fascismo e dagli eventi bellici, e di duro scontro, ideologico e politico, sprigionato dalla guerra fredda e dalle logiche del muro contro muro.
La proposta – avanzata a Genova nell’ottobre del 1949 e definita in un convegno nazionale del febbraio 1950 a Roma – rappresentò uno degli atti politici più significativi della storia sindacale italiana post-bellica. Punti qualificanti del «piano» erano la nazionalizzazione delle imprese elettriche, la costituzione di un ente nazionale per le bonifiche, e per le trasformazioni fondiarie, un ampio progetto per l’avvio di opere pubbliche, dalla strade alla casa, ed in particolare, alla scuola. Uno degli obiettivi della strategia elaborata da Di Vittorio era quello di alleggerire lo scontro sociale, che nel Mezzogiorno, ma anche in altre aree del Paese, assumeva caratteri drammatici per la presenza di oltre due milioni di disoccupati, senza contare altri milioni di lavoratori semioccupati.
Con questa singolare ed inedita scelta, il sindacato mobilitava il mondo del lavoro a sostegno della produzione, che diventava così un obiettivo vitale non solo per la classe imprenditrice, ma anche per il mondo del lavoro.
Il segretario della Cgil si era rivolto a giovani economisti, tra i quali Sylos Labini, ed aveva affidato a Vittorio Foa il coordinamento dell’ufficio studi per i complessi problemi anche di natura sociale e culturale della proposta sindacale. L’iniziativa di Di Vittorio attirò l’attenzione degli ambienti economici internazionali e l’apprezzamento di Gunnar Myrdal, l’economista svedese, vincitore del premio Nobel nel 1974, ed ebbe un immediato riflesso sul dibattito relativo alla questione meridionale. La proposta di attivare bonifiche e interventi di irrigazione, con l’avvio dello «sciopero a rovescio» – operai, contadini, disoccupati, prestavano il loro lavoro, sistemando strade, letti di fiumi, scuole, terre incolte -, costituivano obiettivi di lotta nuovi e propositivi rispetto ai consueti scioperi che si risolvevano spesso in aspri conflitti con la forza pubblica.
Il «Piano del lavoro» lambiva anche la scuola, un settore caratterizzato da una situazione di forte degrado per l’assenza di decine di migliaia di aule, per i doppi turni degli orari e con un numero di alunni per classe elevatissimo; ma l’aspetto più sconcertante della condizione dell’istruzione era l’analfabetismo diffuso e l’evasione scolastica che nelle elementari toccava un terzo degli aventi diritto. La formula coniata da Di Vittorio, che sollecitava la costruzione di scuole soprattutto al Sud – con lo slogan: «Lavoro per gli edili e per i maestri e istruzione per i bambini» -, alimentava speranze e fiducia in milioni di diseredati.
Per queste ragioni il «Piano del lavoro» ebbe una rilevanza non solo politico-economica ma anche etica e culturale. Fu il tentativo di suscitare nelle classi lavoratrici le condizioni per reagire ad una situazione di subalternità ed al contempo di dichiarare «guerra all’ignoranza ed alla miseria».
Di Vittorio indicò una strada da seguire ponendo al centro dell’azione sindacale la grande questione dei disoccupati ed interpretando i bisogni del Paese e della grande maggioranza dei cittadini. Il «Piano» costituì, tra l’altro, un’anticipazione dell’idea di programmazione economica che in quegli anni rappresentò un banco di prova per le forze politiche delle maggioranze di governo centriste. Con l’avvio della Riforma agraria, con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno e con il Piano Vanoni, al di là degli esiti che in taluni casi furono deludenti, le classi dirigenti dell’Italia repubblicana tentarono comunque di dare risposte ai problemi della ricostruzione e dello sviluppo del Paese.
In questo contesto, Vittorio Foa, che proveniva dal Partito d’Azione e da una esperienza diversa da quella del segretario della Cgil, ha sostenuto che la figura di Di Vittorio s’impose per la sua grande capacità di moderazione, di raffinata mediazione politica e soprattutto per «la capacità di superare l’immediatezza e affondare lo sguardo nei tempi lunghi».

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 gennaio 2010

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