In memoria di Giuseppe Di Vagno

L’automobile che ci conduce a Mola fila “velocissima” interpretando la nostra ansia affannosa per rivedere il nostro Peppino. Le prime vaghe incerte notizie, pur pervadendo l’animo nostro di santo sdegno contro i vilissimi aggressori, non permettevano alla mente di pensare che il nostro colosso, il Gigante Buono, fosse abbattuto, vinto e tanto meno che quella maschia e robusta fibra di giovane esuberante, potesse essere spezzata, infranta, disfatta!Scendiamo in fretta e ci precipitiamo alla modesta saletta dell’ospedale, nella quale il nostro Peppino giace, come un Ercole abbattuto, come un eroe vinto!

E’ pallido ma sereno. Giace supino, con gli occhi vivi ed appassionati. Sul viso aperto si leggono chiaramente l’intimo tormento, gli atroci dolori che dilaniano il corpo insanguinato, avvelenato; ma non emette un lamento. Sembra voler combattere e vincere la morte, con la stessa tranquilla serenità con cui ha combattute e vinte le battaglie della vita.
Vede me, Favia, De Silvestro, Palladino, Nardulli, Santoiemma ed altri ancora. Ci riconosce, ci saluta con lo sguardo dolce, ci rincora e fra gli atroci tormenti che macerano la sua carne, che disfanno rapidamente il suo corpo, trova la forza per sorridere lievemente. Ahimè! – fu l’ultimo che vedemmo fiorire su quelle labbra pronte al sorriso come per rendere manifesta l’infinita bontà dell’animo suo.
Gli dicemmo parole di conforto. Qualcuno di noi, stringendo la sua mano, gli disse: – Coraggio, Peppino! Tu sei forte. Sei nato per vincere. Hai vinto i tuoi e nostri avversari, sempre, vincerai ancora! La tua fibra ti salverà, coraggio!… – Sì – disse, con estrema bontà il nostro Peppino -; sì, vincerò – Semplicemente! E nelle sue brevi e spezzate parole non vi era ombra di odii e di ira. Sino agli ultimi istanti. Egli continuò a lottare, serenamente.

Mentre era steso, vinto, sul lettuccio dell’Ospedale, pensavo alla sua fiorente giovinezza, alla sua forza erculea e quasi involontariamente ricordavo un disgustoso incidente avvenuto nel corridoio dei “Passi perduti”, a Montecitorio.

Il deputato popolare ultra-fascista Cappa tentava aggredire il compagno Matteotti, che è snello, esile.

Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente pel petto il Cappa e deporlo delicatamente per terra a quattro passi di distanza, interponendosi fra i due litiganti per impedirne il contatto. Lo prese con la stessa facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante. Avrebbe potuto fargli gran male, soltanto buttandolo per terra. Ma Egli era il Gigante buono e lo depose reggendolo perché non cascasse. Povero il nostro gigantesco Peppino! Rimaniamo dritti innanzi a Lui, ansimanti, quasi volessimo rianimare con l’alito nostro il suo corpo morente, quando vediamo precipitarsi al capezzale la giovine sposa e la vecchia mamma sua ottantenne, entrambe angosciate, lagrimanti, doloranti, e noi ci allontaniamo per rispettare quell’intimo profondo dolore che fa piangere tutti noi. Ma Egli non si abbatte. Singhiozza, lotta, respira affannosamente e guarda con serenità e con forza la sua sposa e la sua mamma, come per dire: Non piangete, abbiate fede e coraggio! Vedete, sto lottando, vincerò, vivrò: Non voglio, non posso morire; io!

Poi ancora singhiozzi, un gemito lungo, uno sbalzo forte, un respiro strozzato ed Egli non è più. Povero il nostro Gigante buono! Si è voluto uccidere in te il forte lottatore, Giuseppe Di Vagno, come per seppellire un’Idea, per infrangere una Fede, e non si sono accorti, i miserabili, che la soppressione del tuo corpo ha preparato la tua resurrezione. Tu sei risorto.
Eri un uomo ed ora sei un Mito. Tu sei sempre con noi, in noi e nelle nostre battaglie, e nelle nostre vittorie.

Articolo pubblicato da “Puglia Rossa”, il 30 settembre 1921, poco dopo la morte dell’on. Giuseppe Di Vagno.
[tratto da www.fondazione.divagno.it ]

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