“Sequestrate il passaporto a Di Vittorio” (di Filippo Ceccarelli)

di Filippo Ceccarelli

I 100 anni della Cgil

Un secolo fa, nel 1906, nasceva la Confederazione Generale del Lavoro. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, il suo segretario fu Giuseppe Di Vittorio. Comunista e critico del governo democristiano, nel 1952 subì il ritiro dei documenti per ordine di Scelba poco prima di un viaggio negli Stati Uniti. Siamo andati negli archivi storici del sindacato per cercare le foto e i documenti che hanno segnato la sua vicenda umana e politica.
Molte le lettere e i telegrammi di solidarietà verso il dirigente che tutti chiamavano affettuosamente “Peppino” .

Quando morì Giuseppe Di Vittorio, a Lecco, dopo un comizio, nel novembre del 1957, un democristiano come Benigno Zaccagnini disse: “Sono convinto che è in Paradiso”. E allora questo genere di convinzioni suonavano molto più impegnative di oggi. Era nato a Cerignola, città di grano, braccianti e miseria nera. Orfano a 7 anni, conobbe subito la zappa, la falce e la notte rubata al sonno per studiare. Corpo robusto, capelli neri fittissimi, testa calda. Quindi conobbe anche le leghe contadine, l’occupazione delle terre, le schioppettate dei carabinieri. Sindacalista rivoluzionario, anarcoide, addirittura un po’ dannunziano, bersagliere ferito a Monte Zebio. Poi comunista, di nuovo a casa. Come in una grande epopea cinematografica girava per le campagne infuocate del Tavoliere e della Capitanata a bordo di un motosidecar. Energia allo stato puro: scioperi, scontri con le squadre fasciste, arresti, galera, tribunale speciale. Poi l’esilio, la Francia, la Russia, le Brigate internazionali in Spagna, di nuovo la Francia, di nuovo la galera, e il confino, a Ventotene, dove con altri compagni aveva preso in affitto un campicello e una mucca per sopravvivere meglio, e forse per dimostrare anche a se stesso che il lavoro, il duro lavoro manuale è speranza, è salvezza.

La trafila di tanti capi comunisti. Ma più di ogni altra la figura di Di Vittorio si staglia per qualcosa di molto speciale, un’ispirazione che ancora oggi sfugge a qualsiasi giudizio ideologico: l’umanità. E l’allegria. A sfogliare le vecchie riviste, fra tante foto di comunisti pallidi, gelidi e affilati, colpisce il fatto che lui e solo lui, Peppino, ride e sorride. Aveva quel dono lì.

Anche questo lo rendeva un capo. Max Weber ha scritto pagine definitive sull’arte del comando e sui profeti carismatici. Di Vittorio suscitava nelle folle prodigiosi meccanismi d’immedesimazione. Ma il prodigio nel prodigio stava nell’intelligenza con cui di slancio riusciva a incanalarli nella realtà delle lotte e delle soluzioni possibili.

Quando Scelba gli ritirò il passaporto, nella primavera del 1952, impedendo a Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio Economico e Sociale dell’Onu come presidente della Federazione Sindacale Mondiale, questo trasporto emotivo venne fuori con la potenza di una leggenda incompiuta. Nei bianchi armadi blindati dell´archivio sotterraneo della Cgil, amorevolmente sorvegliati da giovani ricercatori che non smettono di sorprendersi di fronte ai tesori che vi sono contenuti, c’è una cartellina rossa che documenta questo legame di riconoscenza. Sono telegrammi, lettere, ordini del giorno di assemblee sui luoghi di lavoro. I tassisti di Milano, la vetroceramica di Napoli, i mezzadri di Pesaro, gli operai delle Tornerie Ruote Officina Locomotive di Verona, l’Anpi di Reggio Emilia, le donne comuniste di Crema, i lavoratori di Palermo (a loro nome si firma Emanuele Macaluso), i braccianti di Alfonsine.

Dattilografia sfocata, fogli di carta velina, bolli, lapis blu, stilografiche con baffi d’inchiostro che denunciano lo scorrere del tempo, ma anche la gloria del ricordo. Nell’esprimergli solidarietà lo chiamano “vecchio compagno”, “grande dirigente”, “amato” e “valoroso capo”. Ma ci sono anche, in quella cartellina, ben sette telegrammi di comunisti italiani emigrati in Cecoslovacchia: e bastano quei fogli bordati di rosso a ricordare l’asprezza di quegli anni. In molti sono finiti laggiù per evitare le condanne dei tribunali dopo le vendette o la mattanza del “triangolo rosso”. Storie complicate e sanguinose. Anche loro comunque telegrafano “all’eroico figlio del popolo”. E insomma: la guerra fredda.

Di Vittorio è appena tornato dalla Conferenza Economica Internazionale di Mosca. In Urss ha identificato nella concreta possibilità di scambi economici uno strumento, una leva che può forse allentare la morsa che si stringe sul Pci e sulla stessa Cgil. Gli archivi sono avari, al riguardo. Ma certo i sovietici, al massimo livello, gli hanno lasciato intravedere agevolazioni, vantaggi e profitti. Dopo tutto, la patria del socialismo reale è un immenso mercato per l’industria italiana: dispone di materie prime, ma ha un disperato bisogno di merci e macchinari. Di Vittorio si è fatto due conti: si tratta di un giro d’affari tra i 20 e i 25 miliardi di dollari. Inglesi e tedeschi sono già al lavoro. E i disoccupati in Italia sono quasi due milioni.

Questa la premessa: le relazioni commerciali come una chiave per scardinare i meccanismi della guerra fredda. O per aggirarli. Ma il demone della divisione del mondo in due blocchi ci mette lo zampino. Perché durante il soggiorno a Mosca la Pravda ha pubblicato una articolo di Di Vittorio. Il titolo dice tutto di quel periodo: “La lotta del popolo per il progresso e per la pace”. A rileggerselo, suona violentemente antigovernativo, ma nell’ordine delle cose che si scrivevano a quei tempi. Il governo democristiano, secondo il leader sindacale, si segnala per la sua “sottomissione supina e incondizionata anche alle più pazzesche pretese americane”, tanto da aver addirittura aumentato le spese militari, mentre le condizioni di vita dei lavoratori sono pessime.

Per una buona metà lo scritto risponde agli slogan e agli interessi dell’Urss; ma per l’altra metà appare una realistica e ragionevole disamina delle tensioni sociali che attraversano l’Italia. Basta comunque a Scelba per mettere alla sbarra Di Vittorio come un nemico della propria patria. Un’accusa prossima a quella di tradimento.

Già due volte Peppino è volato negli Stati Uniti, privilegio unico per un comunista. Anche di questo ci sono le foto. Gli italiani d’America ammirano d’istinto quel personaggio, già l’hanno accolto con striscioni “Welcome Di Vittorio”. La Cgil è una cittadella assediata: e quell’accoglienza sta lì a dimostrare che non solo è possibile allentare la stretta, ma forse anche svolgere, in nome dei lavoratori, quel ruolo che negli anni a venire assumeranno Enrico Mattei, Giorgio La Pira, Vittorio Valletta. Nel 1949 Di Vittorio ha lanciato il “Piano del lavoro”. Ai convegni della Cgil si sono affacciati Fanfani, Campilli, La Malfa, Sylos Labini, Fuà. In giro per l’Italia, si legge nel Di Vittorio di Antonio Carioti (Il Mulino, 2004) all’interno del sindacato si segnala “una significativa liberazione di energie creative”, scioperi “alla rovescia”, addirittura progettazione di merci che diverranno prodotti di consumo.

Nei documenti di protesta il ritiro del passaporto è comprensibilmente definito, con parola antica, “un sopruso”. Dato che ad averlo subìto è pur sempre un deputato della Repubblica, i parlamentari della Cgil protestano con il presidente della Camera. È il giovane Luciano Lama che tiene i contatti con Di Vittorio. Si chiede a Gronchi: dov’è finita l’immunità parlamentare? Ma quello traccheggia.

Non se ne trova conferme nei documenti – non sono cose, d’altra parte, che si vanno a certificare per iscritto dal notaio – ma l’impressione è che il ministro dell’Interno Scelba e tutto il governo democristiano si siano mossi più o meno pretestuosamente su indicazione americana; o per togliere le castagne dal fuoco agli Stati Uniti. Quel che sorprende è però la reazione di Di Vittorio che nel pieno della guerra fredda rivendica con forza il più sincero patriottismo: “Si è voluto far credere che, dall’estero, nascosto dietro la cortina di ferro, io mi sia messo a denigrare l’Italia. Questo non è vero. Protesto con tutta la forza del mio animo contro questa accusa mostruosa di denigratore del mio paese”.

Sono accenti sinceri: “Queste accuse le abbiamo sopportate durante il ventennio, ma vogliamo che l’abitudine dei fascisti abbia fine. Io mi sento profondamente radicato alla mia terra”. Uno sdegno incontenibile che porta il capo dei lavoratori a ricordare che a questa sua “terra”, non alla Russia dei soviet, egli ha dato il massimo che si può dare: “Porto ancora nelle carni – esclama – il segno del contributo di sacrificio”.

Sta per compiere 60 anni. È vecchio e insieme è giovane, antiquato e moderno, stalinista e patriota. Ha un figlio che si chiama Vindice, ma sogna un paese in cui sia possibile, dice, anche alle donne del popolo essere belle, curate e “avere anche le calze di seta”. Negli armadioni della Cgil c’è pure una cartellina dedicata ai festeggiamenti del compleanno di Peppino, nell’agosto di quello stesso 1952. Visti con gli occhi di oggi sono rituali – offerte votive, si direbbero – di magnifica e tenera semplicità.

A Cerignola i compagni gli regalano i prodotti poveri di quella terra: olio, pane e – guarda guarda – cicoria. Mentre a La Spezia, dov’è organizzata l’altra cerimonia, “a testimonianza dell’affetto che i tessili hanno per il compagno Di Vittorio – come si legge in un foglietto pervenuto al comitato organizzatore coordinato da Tonino Tatò – la Fiot farà pervenire al Segretario generale della Cgil due tagli d’abito tessuti a mano da un artigiano pratese e una dozzina di fazzoletti con ricamata la cifra GDV, tessuti appositamente da un gruppo di lavoratrici di un cotonificio di Novara”.

Ma poi: nemmeno il materialismo storico protegge dalle vecchie superstizioni sui fazzoletti che mai, come le lame e le spille, si dovrebbero regalare. Con il che questa storia consumatasi tra Mosca, Roma e New York si conclude male, cioè finisce davvero fra le lacrime. E qui, magari con azzardatissima suggestione, s’immagina che sarà stato uno di quei fazzoletti, quattro anni dopo, ad asciugare le lacrime di quest’uomo forte e allegro, le lacrime “dell’apostolo dei cafoni”: fatto piangere dai suoi stessi compagni.

Perché nel novembre del 1956, quando i carri armati sovietici entrano a Budapest, Giuseppe Di Vittorio è l’unico comunista a pronunciare una condanna. Non solo, ma questa sua pronuncia, che coinvolge l’intera Cgil, è dettata da un’unica semplice motivazione: che gli operai hanno sempre ragione. E allora nel Pci lo processano. Prima in direzione, poi sempre a Botteghe Oscure, ma in una specie di udienza privata.

Nella stanza ci sono Amendola e Pajetta. Fuori della porta la moglie Anita con cardiotonico e siringa dentro la borsetta perché Di Vittorio ha già avuto due infarti. Si sentono grida. Poi Peppino esce, piangendo. Farà autocritica. Il giorno dopo incontra un amico: “Non sono più io, lo so. Ma cosa sarebbe di me senza il partito?”. Due giorni dopo incontra Antonio Giolitti, un vicino di casa: “Quelli sono regimi sanguinari, sono una banda di assassini!”. E un po’ viene da pensare a Scelba, agli americani, e a quel passaporto ritirato.

Proclamò allora Togliatti: “Di Vittorio ha sostituito al partito il proprio giudizio sentimentale e sommario”. Non immaginava, il Migliore, di aver fatto a Peppino il miglior complimento. Istinto e cuore: le doti autentiche di un capo. Le stesse forse che gli avranno fatto guadagnare un posticino in Paradiso.

(tratto da “La Domenica di Repubblica”, domenica 18 settembre 2005)

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