Il contributo di Giuseppe Di Vittorio al sistema delle libertà sindacali (di Fabio Melis)

di Fabio Melis

Premessa: oggi mio padre compie 92 anni. Ho deciso, per l’occasione, di dedicargli questo mio modesto studio in cui cerco di ricostruire i tratti salienti del contributo di Giuseppe Di Vittorio al sistema dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Sono sicuro che babbo apprezzerà questo mio pensiero: proprio ieri, infatti, parlando dello scritto che sto per proporvi mi ha rivelato di aver collaborato, nel corso della sua carriera sindacale, con l’On. Di Vittorio. In particolare, mi ha raccontato di una lotta sindacale lunga e difficile per la definizione dello stato giuridico del personale della scuola e dei criteri per il reclutamento dei docenti. Questa vertenza, che si sviluppò nel corso della seconda metà degli anni ’40, culminò con uno sciopero durato ben quindici giorni. Notevole fu l’apporto ideale e organizzativo fornito da Giuseppe Di Vittorio alla categoria che approdò in quegli anni, pur con notevoli sacrifici, a conquiste fondamentali. Oggi, forse, pochi ancora ricordano queste vicende. Ma in tempi in cui i diritti dei lavoratori hanno subito duri colpi e serie minacce credo sia opportuno riportare alla memoria l’opera, le lotte e i sacrifici dei padri: il loro cammino è stato lungo e travagliato. Se intendiamo davvero recuperare il tempo perduto, occorrerà impegnarci perchè la nostra  strada non sarà certo meno difficoltosa.

La figura di Giuseppe Di Vittorio è sicuramente una delle massime espressioni del movimento sindacale italiano. Non è facile parlare in poche righe di un’esperienza di vita appassionata, intensa e costruttiva quale è stata quella del grande segretario della CGIL del dopoguerra. Mi limiterò, pertanto, a focalizzare l’attenzione sui tratti salienti della sua vicenda politica e sindacale. Di sicura fede comunista, Giuseppe Di Vittorio manifestò sin dalla gioventù una notevole sensibilità per le problematiche sociali. La sua esistenza fu dedicata in modo essenziale alla risoluzione dei problemi dei lavoratori secondo una visione di profonda moralità unita alla convinzione che ogni rivendicazione e istanza dei lavoratori dovesse essere portata avanti con metodo unitario e democratico. Profondamente critico nei confronti della feroce repressione sovietica del 1956 in Ungheria sosteneva: “il socialismo è libertà, il socialismo è bontà, umanità. Senza consenso popolare e senza contare sulla conquista ideale e politica e non sulla coercizione, si rischia di far crollare ogni sforzo collettivo di ricostruzione e rinnovamento”.

Un altro cardine del suo pensiero fu il rifiuto più totale della violenza nelle lotte di massa e nell’azione del movimento sindacale poichè riteneva che, nel nuovo sistema democratico, la classe lavoratrice aveva disposizione gli strumenti pacifici per sviluppare le sue rivendicazioni e far sentire la propria voce agli altri ceti della popolazione italiana. Questa grande carica ideale ispirò sicuramente l’opera di Di Vittorio anche in seno all’assemblea costituente: a buon diritto, infatti, può essere considerato il padre dell’art. 39 della nostra Carta Costituzionale, della norma che sancisce la libertà e la pluralità sindacale come fondamento delle relazioni fra le organizzazioni dei lavoratori e i datori di lavoro. Di Vittorio sviluppò nel suo intervento alla Costituente un modello di sindacato e di relazioni fra questo e lo Stato che si poneva in una posizione mediana rispetto alle concezioni che sino ad allora avevano tenuto banco: da un lato, infatti, la concezione corporativa vedeva nel sindacato un ente di diritto pubblico giuridicamente riconosciuto dallo stato e sottoposto al controllo delle autorità tutorie; dall’altro, la visione liberale secondo la quale il sindacato non ha rapporti giuridici con lo stato e non riceve da questi alcun sostegno.

L’art. 39 presentato alla terza sottocommissione della Costituente dall’On. Di Vittorio si pone dunque come soluzione intermedia giacchè respinge sia la natura pubblica del sindacato, sia la visione meramente privatistica dei suoi compiti, da gruppo di pressione rispetto al quale lo stato è agnostico. Per questo, pur entro un regime di sostanziale libertà da ingerenze statali, l’art. 39 conferisce ai contratti collettivi efficacia erga omnes, vale a dire, anche rispetto ai non iscritti ai sindacati. L’incisività dell’azione sindacale è rafforzata inoltre dal riconoscimento dello sciopero che occupa una posizione privilegiata rispetto alla serrata nonché, come sancito più tardi dalla Corte Costituzionale, dal suo possibile uso come mezzo di pressione economico-politica. In seguito al crollo dell’unità sindacale e alla mancata realizzazione delle relative norme di attuazione, il sistema delineato dall’art. 39 della Costituzione entro in crisi. Si affermò nel corso degli anni ’50 una visione delle relazioni sindacali di stampo chiaramente privatistico, fortemente sbilanciato a favore dei datori di lavoro, caratterizzato anche da una liberalizzazione progressiva del controllo sull’attività sindacale in azienda e sullo sciopero volta a contenere la allora forte spinta antagonista del movimento sindacale.
Questa tendenza venne progressivamente superata dapprima, con il distacco delle aziende a partecipazione statale dalla politica della confindustria e, successivamente, con la legge 300 del 1970 che, per la prima volta regolò l’esercizio dell’attività sindacale all’interno dei luoghi di lavoro. Con questa legge si affermava una visione del sindacato sostenuto ma non per questo contollato dallo stato e, sicuramente, in ciò è facile ravvisare una continuità di pensiero fra i padri dello Statuto dei Lavoratori e l’opera di Giuseppe Di Vittorio che oggi, a conclusione di alcune interessanti letture, sento la necessità e il dovere di ricordare anche a beneficio di chi, come me, non ha vissuto quella grande stagione di profondi contrasti e riforme che trovò in Di Vittorio uno dei suoi più grandi e appassionati protagonisti.

[ tratto dal blog Metamorphosis]

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