Ugo Pirro, “La mia prima sceneggiatura su Giuseppe Di Vittorio”

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Studentessa
Fino a che punto il mestiere di sceneggiatore può essere insegnato?

Pirro
Facendo riferimento alla mia esperienza, se io avessi avuto qualcuno che mi avesse dato delle lezioni avrei guadagnato qualche anno nell’apprendere la professione. Invece, non avendo avuto nessun insegnante, ho dovuto praticamente imparare il mestiere insieme con qualche amico, facendo tesoro anche di alcuni sbagli. Quello che non si può in alcun modo imparare è il talento che, tuttavia, è qualcosa che si affina con il lavoro ed anche in seguito ad una ricerca su se stessi. Per cui è difficile che uno sceneggiatore, agli inizi della sua carriera, faccia dei grandi film, proprio perché non ha sperimentato tutte le possibilità del mestiere, tutte le possibilità della tecnica. Il fatto, dunque, che ci sia qualcuno che insegna la tecnica è bene, perché imparare la professione da autodidatta è faticoso e lungo. Può essere utile che io vi racconti come ho iniziato.
Quando ero ancora giornalista ho incontrato un mio amico che aveva appena intervistato, in Puglia, Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista del dopoguerra. E mi raccontò che Giuseppe Di Vittorio a quindici anni, avendo costituito una lega bracciantile, si rese conto che la mancanza di proprietà linguistiche – Di Vittorio, allora, era analfabeta – danneggiava gli altri, coloro che lui intendeva rappresentare. Questa constatazione lo spinse a imparare a scrivere: iniziò a scrivere sui muri di casa con il carbone, a strappare i manifesti dalla strada e a ricopiare le lettere.

Questa storia mi colpì a tal punto che decisi di scrivere un film, prendendo spunto, appunto, da questa immagine di Di Vittorio. La mia intenzione non era quella di narrare la vita di Di Vittorio, ma la storia di un analfabeta, partendo proprio da questa immagine di un ragazzo che scrive delle ‘a’ e delle ‘b’ molto grandi, che a poco a poco impara a scriverle più piccole. All’interno ho narrato, in modo elementare, l’incontro con una ragazza, altrettanto analfabeta, e il modo in cui entrambi, ad un certo momento, sempre sui muri di casa, imparavano a scrivere insieme, fino a quando un giorno lui riesce a scrivere sul muro: “Cara Lucia, ti scrivo per dirti che ti voglio bene”. E così finiva il film.

Allora non mi sono chiesto che cosa volesse dire il film, ma riflettendoci adesso penso che il messaggio era che l’apprendimento è qualche cosa che sviluppa la personalità: esso costruisce un sistema di conoscenza, un sistema di conoscenza anche dei sentimenti. Io ho cominciato, quindi, proprio da un’immagine e mi pare che sia un buon suggerimento quello di cogliere un’idea da un’immagine, da un’immagine ricorrente, da un’immagine che, a volte, ci assilla, che va via e che ritorna. Questo è il consiglio che in genere do ai giovani. […]

“Il Grillo”, programma Rai, registrato il 28 marzo 2001 – puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico “Giordano Bruno” di Torino

[Da www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=874 ]

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