Stralcio dal discorso al II° congresso della cultura popolare,
Bologna 11 gennaio 1953
"Io
non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo
rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche
cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle
masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si
sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che
permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone
singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella
condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della
propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La
cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano
dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini:
la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti,
progredire e innalzare tutta la società nazionale…
Io
sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in
larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi
dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo,
profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che
occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi
sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le
iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono
essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per
aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano
provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo
andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla
vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo
andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per
fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…"
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