Vorrei
dire che salutando i 60 anni di Di Vittorio noi celebriamo non un evento
della vita di uno dei nostri compagni migliori, ma la vigorosa maturità
raggiunta dal movimento operaio italiano del quale Di Vittorio così
singolarmente impersona le vicende, le lotte, i successi. Mi riesce
infatti estremamente difficile pensare a una C.G.l.L. senza Di Vittorio,
cosi naturale è questo incontro tra l'uomo e il lavoro italiano
organizzato.
Di
Vittorio e il movimento sindacale sono cresciuti insieme, possiamo dire.
Pensate all'infanzia del movimento sindacale, piena di tormentata
ricerca della strada da seguire, tra una punta estrema tutta protesa
nell'azione diretta esasperata e una più vasta corrente caratterizzata
da oneste possibilità riformiste per taluni dei suoi uomini e da intima
sfiducia nella classe operaia per taluni altri. Di Vittorio nasce al
movimento giovanissimo, e in quel suo primo militare nel sindacalismo
rivoluzionario vi è tutta la sdegnata rivolta del bracciante povero e
affamato contro il mondo dell'ingiustizia e contro coloro che predicano
la rassegnazione all'ingiustizia. Ora il movimento sindacale odierno la
C.G.l.L. insomma rappresenta il superamento di quelle contrastanti
originarie posizioni e il loro comporsi in una vigorosa sintesi unitaria
che del passato ripudia gli errori e condanna le deviazioni,
accogliendone e rinnovandone tuttavia quanto di meglio ha ragione di
restare valido e vivo. E Di Vittorio è divenuto Di Vittorio.
Ma
come lo è divenuto, come è maturato, come è giunto a possedere e a
manifestare quelle doti di forza, di equilibrio, di preparazione che ne
fanno il naturale dirigente del movimento sindacale e una delle più
forti personalità della nostra vita nazionale? Come l'incontro di cui vi
dicevo appare cosi naturale che altri non ne rende pensabili? Il segreto
è semplicissimo e umano. Di Vittorio è divenuto Di Vittorio perché è
restato Di Vittorio. Perché è rimasto, nel profondo, quello che era. Uno
di quei braccianti italiani che io considero la espressione più tipica e
più nobile della nostra gente: buoni, generosi, naturalmente
intelligenti, onesti, lavoratori assetati di giustizia per se e per gli
altri. Perché solo coloro che aspirano profondamente alla giustizia sono
in grado di rendere giustizia.
Ed è
perché è rimasto dentro di se quello che era che Di Vittorio ci reca
l'esempio di una vita di sacrifici e di lotte che costituisce una
ininterrotta testimonianza di fedeltà alla causa della povera gente,
alla causa della classe lavoratrice. Ed è perché è rimasto quello che
era che egli ha potuto così tanto salire. Quel suo aggredire l'alfabeto
dapprima, quel suo impossessarsi dei termini fondamentali umani della
cultura, quel suo divenire oratore così efficace e popolare, non sono
altro che i mezzi di cui ha dovuto provvedersi per portar fuori, al
servizio dei lavoratori, quel che egli aveva ed ha dentro di se:
quel senso profondo di umanità che lo rende compagno di tutti coloro che
vogliono una vita migliore.
Perché
uomo umano egli conosce uomini e folle e sa comunicare con loro. Per
questo, e per la esperienza acquisita nella sua vita sacrificata, nelle
prigioni e nell'esilio, egli è dirigente equilibrato e avveduto, pieno
di probità, di coraggio, di comprensione, cui ripugnano le malizie
deteriori e il settarismo e che ama la verità anche se ingrata. Per
questo è un credente nella unità nazionale ed internazionale dei
lavoratori, per la quale ha combattuto e combatte, e ha una cosi alta
stima e un così profondo rispetto dei lavoratori. Per questa sua umanità
egli è uno dei migliori italiani di questa Italia che egli ama così
profondamente come la possono soltanto amare coloro che ne hanno
fecondato la terra con il sudore della fatica. Certo molti ammirano
questo uomo che da bracciante analfabeta è divenuto Presidente della
Federazione Sindacale Mondiale e di cui tutti mi domandano con
affettuosa amicizia a Mosca come a Londra, a Budapest come a New York.
Ma io
non gli voglio bene per quello che è divenuto. Io gli voglio bene
soprattutto perché è rimasto quello che era.
"LAVORO" n. 32, 7 agosto 1952
[Da
http://biblioteche.comune.parma.it/archivio/santi/index.htm ]
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