Dire
Giuseppe Di Vittorio significa dire l'uomo più semplice e il più
straordinario proprio perché né il viaggio da Cerignola attraverso il
mondo, né la notorietà, la responsabilità, la popolarità, né il potere
cambiarono uno solo dei suoi slanci umani, la sua adamantina coscienza
di lavoratore, il suo essere ora per ora, nel corso di tutta la vita, un
militante rivoluzionario.
I suoi
nemici erano l'ingiustizia, il bisogno, l'analfabetismo, la violenza, la
prepotenza, l'alterigia, il potere usato ai danni degli altri. I suoi
avversari erano coloro che si schieravano dietro queste cause sbagliate.
Il suo spirito di classe non consisteva nell'odiarli ma nell'escogitare
i modi e le forme per batterli. Tenace, inflessibile nella disciplina
durante la lotta, era intransigente nei principi giusti per cui portava
milioni di uomini a battersi ma sempre, anche nei momenti più
drammatici, egualmente intransigente nel rispetto dell'uomo, della vita
altrui. Non combatteva per l'annientamento degli avversari ma perché
cambiassero le cose sbagliate, non voleva vincere per affermare la forza
del sindacato ma per gli interessi materiali e morali dei lavoratori.
Era
cresciuto in mezzo agli sfruttati diventando adulto all'età di sette
anni e mezzo. Accompagnava lungo la strada di casa il padre che tentava
di rimettersi a camminare dopo oltre un mese di malattia per essere
stato sorpreso dall'alluvione nella masseria in cui era fattore. Aveva
resistito nell'acqua fino al collo tutta la notte per salvare le bestie
del padrone. Peppino d'improvviso sentì la mano del padre che bruciava
ancora per la febbre allentarsi, vide quel corpo gigante appoggiarsi al
muro per non crollare: "Peppino, ora tocca a te. Sei ancora piccino, ma
hai testa. Io devo andare: quando un uomo non serve più per la sua
famiglia non può continuare a tenere posto in casa". Il padre morì il
giorno seguente. Il mattino dopo i funerali, Peppino, il piccolo
"cafone", a sette anni e mezzo era già bracciante.
Diventò uomo all'età di dodici anni, quando lui e Ambrogio, un ragazzo
della sua stessa età, marciando in testa ad un corteo di braccianti in
sciopero per chiedere una razione in più di "acquasala" per bagnare il
pane secco, furono al centro della sparatoria delle guardie regie.
Ambrogio cadde ai suoi piedi: aveva ancora un pezzo di pane secco in una
mano. Peppino gli si buttò sopra a chiamarlo dalla morte ma un vecchio
bracciante lo afferrò alle spalle: "Alzati Peppino: Ambrogio ha finito
di avere fame".
Mentre
scrivo ho davanti il volto quadrato di Di Vittorio, gli occhi penetranti
e luminosi, il colore terreo della pelle, le rughe intorno alla bocca e
apro con lui a bruciapelo il discorso nel linguaggio incorrotto che si
ha tra vita e memoria, non badando agli arrampicatori sugli specchi che
grideranno alla retorica: "Caro Di Vittorio è tempo di dissacrazione, di
contestazione, di grinta all'esterno e di cinismo dentro l'anima. Per
alcuni tipi che hanno un certo seguito ormai chi non osserva queste
regole è fuori tempo, s'attarda nel passato invece di distruggerlo senza
pietà. Tu invece hai saputo costruire qualcosa ogni giorno, hai
resistito ai tempi lunghi, adesso è tutto diverso per i cosiddetti
teorici supersinistri. La rivoluzione s'ha da fare subito come se fosse
uno sberleffo, chi non si mette la berretta rivoluzionaria è un
rassegnato, un conservatore. La grinta consiste nella distruzione dei
sentimenti, degli ideali, della storia appassionata degli uomini. Lo so,
c'erano anche nei tuoi tempi i teorizzatori di queste sciocchezze: oggi
sono aumentati ma soprattutto riescono ad attrarre troppi giovani in
buona fede, loro che si limitano, ben pagati, a fare i sanculotti della
penna.
"Un
gesto isolato di violenza, una bestemmia, una massima rubata a Lenin o a
Mao diventano un atto di coraggio che dà il diritto di irridere a chi ha
combattuto una vita e ancora combatte. La furbizia ha sostituito
l'innocenza, il tradimento, la fedeltà. La moda è di dissacrare a tutti
i costi, non le cose spregevoli ma gli ideali più belli, come la
costanza nella lotta".
Di
Vittorio allarga il petto in quel gran respirare che gli era naturale
nei momenti decisivi. Mi mostra che sul petto non ha medaglie, né segni
d'onore, né distintivi, mi mostra le mani che sono ancora spesse come
quelle dei suoi fratelli braccianti di Cerignola, mi ricorda con la voce
ferma che suo figlio è nato nel magazzino della Camera del Lavoro di
Bari, perchè non avevano casa e ai dolori del parto della moglie
s'accompagnavano gli spari dei fascisti che volevano bruciare la sede
dei lavoratori: "Vindice, questo è il nome che allora io ho scelto per
lui, è nato cosi". E Vindice è finito su una sedia a rotelle per tutta
la vita, perché colpito alla spina dorsale mentre nel '45 combatteva con
i maquis in Francia contro il fascismo.
"Non
stancatevi di parlare con i giovani, anche se vogliono dissacrare, anche
se tentano di sputare in faccia ai maestri. La costanza della classe
operaia li conquisterà. Invece per i rivoluzionari a parole, i mestatori
di professione non vale perdere un solo minuto di tempo. Quando la
carovana passa i cani abbaiano sempre. Ricorda a tutti che sono caduto
lavorando, parlando ai lavoratori di Lecco, discutendo con loro perchè i
figli degli uomini nascessero, crescessero e vivessero da eguali".
Ecco
perché io canto Di Vittorio senza preoccuparmi delle baie dei cinici.
Canto l'uomo cui l'avversario De Gasperi proprio nel giorno della
proclamazione della Repubblica durante una manifestazione davanti al
Viminale, ebbe a dire: "Caro Di Vittorio, il governo effettivo sei tu".
Canto all'uomo che è morto povero com'era nato, non lasciando neppure un
vestito in più o un paio di scarpe di ricambio. Dico con il vecchio
sindacalista democristiano Buttè: era un apostolo. Dico con il
giornalista Gorresio, che pure teme l'usura delle parole: è il principe
del sindacalismo della nostra età.
Quelli
che oggi gridano contro il sindacato come generatore dell'assenteismo
dovrebbero capire di mentire ricordando che Di Vittorio, "profeta non
disarmato" del sindacato unitario di oggi, in tempi ancora più duri,
anzichè gli scioperi generali a catena o l'assenteismo propose al Paese
distrutto dalla guerra e dalle divisioni politiche quel "Piano del
lavoro" che chiedeva anche agli operai di fare la loro parte di
sacrifici per guarire le ferite che il fascismo dei capitalisti aveva
inferto al Paese e proprio inventando gli scioperi alla rovescia creò
lavoro anche per i disoccupati. Alle "Reggiane", invece di incrociare le
braccia, producevano trattori e i lavoratori del Polesine, anche senza
paga, costruivano gli argini del Po.
L'astensionismo è fuga dalla lotta ed è invenzione di quegli stessi che
hanno protetto il crumiraggio. Di Vittorio ha dimostrato che il
lavoratore non fugge, lotta a viso aperto, paga di persona. Chi tenta di
trasferire la tattica della molotov o dell'insulto spacciato per
ideologia dalla strada alla fabbrica, non pu˜ non ricordare che uomini
come Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi hanno sconfitto
il fascismo per costruire un sindacato come movimento di massa più
cosciente, unitario e leale. I bollori rivoluzionari dei pochi si
spengono sempre al servizio dei padroni.
La
vita di Di Vittorio è stata un esempio costante di fatti: l'itinerario
di un combattente capace non solo di riconoscere i suoi errori ma di
estirparli. Egli si identificava sempre con il popolo. Si battè per la
libertà con il fucile in mano quando fu necessario con il cuore e il
cervello sempre tesi a costruire non a distruggere.
Sui
cartelli che i giovani oggi alzano davanti alle università nelle strade
e nelle piazze dovrebbe campeggiare più in alto di altri il volto umano
del rivoluzionario Di Vittorio. La nostra storia deve essere riscritta
nella verità. Questo bracciante ha fatto davvero l'unità d'Italia fra i
lavoratori con lo slancio ideale di Mazzini, l'azione coraggiosa di
Garibaldi, la tessitura paziente di Cavour, trasformando la fittizia
unità sulla carta risorgimentale in una realtà viva di popolo.