L'automobile che ci conduce a Mola fila "velocissima" interpretando la
nostra ansia affannosa per rivedere il nostro Peppino. Le prime vaghe
incerte notizie, pur pervadendo l'animo nostro di santo sdegno contro i
vilissimi aggressori, non permettevano alla mente di pensare che il
nostro colosso, il Gigante Buono, fosse abbattuto, vinto e tanto meno
che quella maschia e robusta fibra di giovane esuberante, potesse essere
spezzata, infranta, disfatta!Scendiamo in fretta e ci precipitiamo alla
modesta saletta dell'ospedale, nella quale il nostro Peppino giace, come
un Ercole abbattuto, come un eroe vinto!
E' pallido ma sereno. Giace supino, con gli occhi vivi ed appassionati.
Sul viso aperto si leggono chiaramente l'intimo tormento, gli atroci
dolori che dilaniano il corpo insanguinato, avvelenato; ma non emette un
lamento. Sembra voler combattere e vincere la morte, con la stessa
tranquilla serenità con cui ha combattute e vinte le battaglie della
vita.
Vede me, Favia, De Silvestro, Palladino, Nardulli, Santoiemma ed altri
ancora. Ci riconosce, ci saluta con lo sguardo dolce, ci rincora e fra
gli atroci tormenti che macerano la sua carne, che disfanno rapidamente
il suo corpo, trova la forza per sorridere lievemente. Ahimè! - fu
l'ultimo che vedemmo fiorire su quelle labbra pronte al sorriso come per
rendere manifesta l'infinita bontà dell'animo suo.
Gli dicemmo parole di conforto. Qualcuno di noi, stringendo la sua mano,
gli disse: - Coraggio, Peppino! Tu sei forte. Sei nato per vincere. Hai
vinto i tuoi e nostri avversari, sempre, vincerai ancora! La tua fibra
ti salverà, coraggio!... - Sì - disse, con estrema bontà il nostro
Peppino -; sì, vincerò - Semplicemente! E nelle sue brevi e spezzate
parole non vi era ombra di odii e di ira. Sino agli ultimi istanti. Egli
continuò a lottare, serenamente.
Mentre era steso, vinto, sul lettuccio dell'Ospedale, pensavo alla sua
fiorente giovinezza, alla sua forza erculea e quasi involontariamente
ricordavo un disgustoso incidente avvenuto nel corridoio dei "Passi
perduti", a Montecitorio.
Il deputato popolare ultra-fascista Cappa tentava aggredire il compagno
Matteotti, che è snello, esile.
Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente pel petto il Cappa e deporlo
delicatamente per terra a quattro passi di distanza, interponendosi fra
i due litiganti per impedirne il contatto. Lo prese con la stessa
facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante. Avrebbe
potuto fargli gran male, soltanto buttandolo per terra. Ma Egli era il
Gigante buono e lo depose reggendolo perché non cascasse. Povero il
nostro gigantesco Peppino! Rimaniamo dritti innanzi a Lui, ansimanti,
quasi volessimo rianimare con l'alito nostro il suo corpo morente,
quando vediamo precipitarsi al capezzale la giovine sposa e la vecchia
mamma sua ottantenne, entrambe angosciate, lagrimanti, doloranti, e noi
ci allontaniamo per rispettare quell'intimo profondo dolore che fa
piangere tutti noi. Ma Egli non si abbatte. Singhiozza, lotta, respira
affannosamente e guarda con serenità e con forza la sua sposa e la sua
mamma, come per dire: Non piangete, abbiate fede e coraggio! Vedete, sto
lottando, vincerò, vivrò: Non voglio, non posso morire; io!
Poi ancora singhiozzi, un gemito lungo, uno sbalzo forte, un respiro
strozzato ed Egli non è più. Povero il nostro Gigante buono! Si è voluto
uccidere in te il forte lottatore, Giuseppe Di Vagno, come per
seppellire un'Idea, per infrangere una Fede, e non si sono accorti, i
miserabili, che la soppressione del tuo corpo ha preparato la tua
resurrezione. Tu sei risorto.
Eri un uomo ed ora sei un Mito. Tu sei sempre con noi, in noi e nelle
nostre battaglie, e nelle nostre vittorie.
Articolo
pubblicato da "Puglia Rossa", il 30 settembre 1921, poco dopo la morte
dell'on. Giuseppe Di Vagno.
[tratto da
www.fondazione.divagno.it ]
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