i 100
anni della Cgil
Un
secolo fa, nel 1906, nasceva la Confederazione Generale del Lavoro. Tra
gli anni Quaranta e Cinquanta, il suo segretario fu Giuseppe Di
Vittorio. Comunista e critico del governo democristiano, nel 1952 subì
il ritiro dei documenti per ordine di Scelba poco prima di un viaggio
negli Stati Uniti. Siamo andati negli archivi storici del sindacato per
cercare le foto e i documenti che hanno segnato la sua vicenda umana e
politica.
Molte le lettere e i telegrammi di solidarietà verso il dirigente che
tutti chiamavano affettuosamente "Peppino" .
Quando
morì Giuseppe Di Vittorio, a Lecco, dopo un comizio, nel novembre del
1957, un democristiano come Benigno Zaccagnini disse: "Sono convinto che
è in Paradiso". E allora questo genere di convinzioni suonavano molto
più impegnative di oggi. Era nato a Cerignola, città di grano,
braccianti e miseria nera. Orfano a 7 anni, conobbe subito la zappa, la
falce e la notte rubata al sonno per studiare. Corpo robusto, capelli
neri fittissimi, testa calda. Quindi conobbe anche le leghe contadine,
l'occupazione delle terre, le schioppettate dei carabinieri.
Sindacalista rivoluzionario, anarcoide, addirittura un po' dannunziano,
bersagliere ferito a Monte Zebio. Poi comunista, di nuovo a casa. Come
in una grande epopea cinematografica girava per le campagne infuocate
del Tavoliere e della Capitanata a bordo di un motosidecar. Energia allo
stato puro: scioperi, scontri con le squadre fasciste, arresti, galera,
tribunale speciale. Poi l'esilio, la Francia, la Russia, le Brigate
internazionali in Spagna, di nuovo la Francia, di nuovo la galera, e il
confino, a Ventotene, dove con altri compagni aveva preso in affitto un
campicello e una mucca per sopravvivere meglio, e forse per dimostrare
anche a se stesso che il lavoro, il duro lavoro manuale è speranza, è
salvezza.
La
trafila di tanti capi comunisti. Ma più di ogni altra la figura di Di
Vittorio si staglia per qualcosa di molto speciale, un'ispirazione che
ancora oggi sfugge a qualsiasi giudizio ideologico: l'umanità. E
l'allegria. A sfogliare le vecchie riviste, fra tante foto di comunisti
pallidi, gelidi e affilati, colpisce il fatto che lui e solo lui,
Peppino, ride e sorride. Aveva quel dono lì.
Anche
questo lo rendeva un capo. Max Weber ha scritto pagine definitive
sull'arte del comando e sui profeti carismatici. Di Vittorio suscitava
nelle folle prodigiosi meccanismi d'immedesimazione. Ma il prodigio nel
prodigio stava nell'intelligenza con cui di slancio riusciva a
incanalarli nella realtà delle lotte e delle soluzioni possibili.
Quando
Scelba gli ritirò il passaporto, nella primavera del 1952, impedendo a
Di Vittorio di recarsi a New York al Consiglio Economico e Sociale
dell'Onu come presidente della Federazione Sindacale Mondiale, questo
trasporto emotivo venne fuori con la potenza di una leggenda incompiuta.
Nei bianchi armadi blindati dell´archivio sotterraneo della Cgil,
amorevolmente sorvegliati da giovani ricercatori che non smettono di
sorprendersi di fronte ai tesori che vi sono contenuti, c'è una
cartellina rossa che documenta questo legame di riconoscenza. Sono
telegrammi, lettere, ordini del giorno di assemblee sui luoghi di
lavoro. I tassisti di Milano, la vetroceramica di Napoli, i mezzadri di
Pesaro, gli operai delle Tornerie Ruote Officina Locomotive di Verona,
l'Anpi di Reggio Emilia, le donne comuniste di Crema, i lavoratori di
Palermo (a loro nome si firma Emanuele Macaluso), i braccianti di
Alfonsine.
Dattilografia sfocata, fogli di carta velina, bolli, lapis blu,
stilografiche con baffi d'inchiostro che denunciano lo scorrere del
tempo, ma anche la gloria del ricordo. Nell'esprimergli solidarietà lo
chiamano "vecchio compagno", "grande dirigente", "amato" e "valoroso
capo". Ma ci sono anche, in quella cartellina, ben sette telegrammi di
comunisti italiani emigrati in Cecoslovacchia: e bastano quei fogli
bordati di rosso a ricordare l'asprezza di quegli anni. In molti sono
finiti laggiù per evitare le condanne dei tribunali dopo le vendette o
la mattanza del "triangolo rosso". Storie complicate e sanguinose. Anche
loro comunque telegrafano "all'eroico figlio del popolo". E insomma: la
guerra fredda.
Di
Vittorio è appena tornato dalla Conferenza Economica Internazionale di
Mosca. In Urss ha identificato nella concreta possibilità di scambi
economici uno strumento, una leva che può forse allentare la morsa che
si stringe sul Pci e sulla stessa Cgil. Gli archivi sono avari, al
riguardo. Ma certo i sovietici, al massimo livello, gli hanno lasciato
intravedere agevolazioni, vantaggi e profitti. Dopo tutto, la patria del
socialismo reale è un immenso mercato per l'industria italiana: dispone
di materie prime, ma ha un disperato bisogno di merci e macchinari. Di
Vittorio si è fatto due conti: si tratta di un giro d'affari tra i 20 e
i 25 miliardi di dollari. Inglesi e tedeschi sono già al lavoro. E i
disoccupati in Italia sono quasi due milioni.
Questa
la premessa: le relazioni commerciali come una chiave per scardinare i
meccanismi della guerra fredda. O per aggirarli. Ma il demone della
divisione del mondo in due blocchi ci mette lo zampino. Perché durante
il soggiorno a Mosca la Pravda ha pubblicato una articolo di Di
Vittorio. Il titolo dice tutto di quel periodo: "La lotta del popolo per
il progresso e per la pace". A rileggerselo, suona violentemente
antigovernativo, ma nell'ordine delle cose che si scrivevano a quei
tempi. Il governo democristiano, secondo il leader sindacale, si segnala
per la sua "sottomissione supina e incondizionata anche alle più
pazzesche pretese americane", tanto da aver addirittura aumentato le
spese militari, mentre le condizioni di vita dei lavoratori sono
pessime.
Per
una buona metà lo scritto risponde agli slogan e agli interessi
dell'Urss; ma per l'altra metà appare una realistica e ragionevole
disamina delle tensioni sociali che attraversano l'Italia. Basta
comunque a Scelba per mettere alla sbarra Di Vittorio come un nemico
della propria patria. Un'accusa prossima a quella di tradimento.
Già
due volte Peppino è volato negli Stati Uniti, privilegio unico per un
comunista. Anche di questo ci sono le foto. Gli italiani d'America
ammirano d'istinto quel personaggio, già l'hanno accolto con striscioni
"Welcome Di Vittorio". La Cgil è una cittadella assediata: e
quell'accoglienza sta lì a dimostrare che non solo è possibile allentare
la stretta, ma forse anche svolgere, in nome dei lavoratori, quel ruolo
che negli anni a venire assumeranno Enrico Mattei, Giorgio La Pira,
Vittorio Valletta. Nel 1949 Di Vittorio ha lanciato il "Piano del
lavoro". Ai convegni della Cgil si sono affacciati Fanfani, Campilli, La
Malfa, Sylos Labini, Fuà. In giro per l'Italia, si legge nel Di Vittorio
di Antonio Carioti (Il Mulino, 2004) all'interno del sindacato si
segnala "una significativa liberazione di energie creative", scioperi
"alla rovescia", addirittura progettazione di merci che diverranno
prodotti di consumo.
Nei
documenti di protesta il ritiro del passaporto è comprensibilmente
definito, con parola antica, "un sopruso". Dato che ad averlo subìto è
pur sempre un deputato della Repubblica, i parlamentari della Cgil
protestano con il presidente della Camera. È il giovane Luciano Lama che
tiene i contatti con Di Vittorio. Si chiede a Gronchi: dov'è finita
l'immunità parlamentare? Ma quello traccheggia.
Non se
ne trova conferme nei documenti - non sono cose, d'altra parte, che si
vanno a certificare per iscritto dal notaio - ma l'impressione è che il
ministro dell'Interno Scelba e tutto il governo democristiano si siano
mossi più o meno pretestuosamente su indicazione americana; o per
togliere le castagne dal fuoco agli Stati Uniti. Quel che sorprende è
però la reazione di Di Vittorio che nel pieno della guerra fredda
rivendica con forza il più sincero patriottismo: "Si è voluto far
credere che, dall'estero, nascosto dietro la cortina di ferro, io mi sia
messo a denigrare l'Italia. Questo non è vero. Protesto con tutta la
forza del mio animo contro questa accusa mostruosa di denigratore del
mio paese".
Sono
accenti sinceri: "Queste accuse le abbiamo sopportate durante il
ventennio, ma vogliamo che l'abitudine dei fascisti abbia fine. Io mi
sento profondamente radicato alla mia terra". Uno sdegno incontenibile
che porta il capo dei lavoratori a ricordare che a questa sua "terra",
non alla Russia dei soviet, egli ha dato il massimo che si può dare:
"Porto ancora nelle carni - esclama - il segno del contributo di
sacrificio".
Sta
per compiere 60 anni. È vecchio e insieme è giovane, antiquato e
moderno, stalinista e patriota. Ha un figlio che si chiama Vindice, ma
sogna un paese in cui sia possibile, dice, anche alle donne del popolo
essere belle, curate e "avere anche le calze di seta". Negli armadioni
della Cgil c'è pure una cartellina dedicata ai festeggiamenti del
compleanno di Peppino, nell'agosto di quello stesso 1952. Visti con gli
occhi di oggi sono rituali - offerte votive, si direbbero - di magnifica
e tenera semplicità.
A
Cerignola i compagni gli regalano i prodotti poveri di quella terra:
olio, pane e - guarda guarda - cicoria. Mentre a La Spezia, dov'è
organizzata l'altra cerimonia, "a testimonianza dell'affetto che i
tessili hanno per il compagno Di Vittorio - come si legge in un
foglietto pervenuto al comitato organizzatore coordinato da Tonino Tatò
- la Fiot farà pervenire al Segretario generale della Cgil due tagli
d'abito tessuti a mano da un artigiano pratese e una dozzina di
fazzoletti con ricamata la cifra GDV, tessuti appositamente da un gruppo
di lavoratrici di un cotonificio di Novara".
Ma
poi: nemmeno il materialismo storico protegge dalle vecchie
superstizioni sui fazzoletti che mai, come le lame e le spille, si
dovrebbero regalare. Con il che questa storia consumatasi tra Mosca,
Roma e New York si conclude male, cioè finisce davvero fra le lacrime. E
qui, magari con azzardatissima suggestione, s'immagina che sarà stato
uno di quei fazzoletti, quattro anni dopo, ad asciugare le lacrime di
quest'uomo forte e allegro, le lacrime "dell'apostolo dei cafoni": fatto
piangere dai suoi stessi compagni.
Perché
nel novembre del 1956, quando i carri armati sovietici entrano a
Budapest, Giuseppe Di Vittorio è l'unico comunista a pronunciare una
condanna. Non solo, ma questa sua pronuncia, che coinvolge l'intera Cgil,
è dettata da un'unica semplice motivazione: che gli operai hanno sempre
ragione. E allora nel Pci lo processano. Prima in direzione, poi sempre
a Botteghe Oscure, ma in una specie di udienza privata.
Nella
stanza ci sono Amendola e Pajetta. Fuori della porta la moglie Anita con
cardiotonico e siringa dentro la borsetta perché Di Vittorio ha già
avuto due infarti. Si sentono grida. Poi Peppino esce, piangendo. Farà
autocritica. Il giorno dopo incontra un amico: "Non sono più io, lo so.
Ma cosa sarebbe di me senza il partito?". Due giorni dopo incontra
Antonio Giolitti, un vicino di casa: "Quelli sono regimi sanguinari,
sono una banda di assassini!". E un po' viene da pensare a Scelba, agli
americani, e a quel passaporto ritirato.
Proclamò allora Togliatti: "Di Vittorio ha sostituito al partito il
proprio giudizio sentimentale e sommario". Non immaginava, il Migliore,
di aver fatto a Peppino il miglior complimento. Istinto e cuore: le doti
autentiche di un capo. Le stesse forse che gli avranno fatto guadagnare
un posticino in Paradiso.
(tratto da "La Domenica di Repubblica", domenica 18 settembre
2005)
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