È
passato quasi un secolo da quando Giuseppe Di Vittorio, ancora
adolescente, intraprese l’attività di agitatore sindacale a Cerignola,
sua città natale del Tavoliere pugliese. Fu un’esperienza esaltante ma
molto aspra, che lo segnò per tutta la vita. All’epoca, nella più estesa
pianura del Mezzogiorno, i conflitti sociali contrapponevano
frontalmente una ristretta oligarchia di proprietari terrieri a vaste
masse di braccianti poveri, trattati come bestie da soma. Non di rado le
lotte dei lavoratori sfociavano in tumulti violenti. Si parlava di
"Puglia rossa", per lo sviluppo straordinario che avevano conosciuto le
leghe bracciantili, ma anche di "regione degli eccidi cronici", per la
frequenza dei casi in cui le forze dell’ordine sparavano sui
manifestanti.
In
quel clima difficile, il giovane Di Vittorio maturò un modo di concepire
il compito del sindacato che metteva al primo posto l’unità dei
salariati: la sua maggiore preoccupazione era evitare che gli agrari
dividessero i lavoratori, magari ingaggiando al posto degli scioperanti
manodopera proveniente da fuori e disposta a farsi sfruttare in modo
ancora più pesante. Molti anni più tardi, quando divenne il leader della
Cgil dopo la caduta del fascismo, mantenne un’impostazione analoga,
rigidamente egualitaria, che vedeva la classe operaia come una
moltitudine indifferenziata da far progredire in blocco. Di qui
l’accentramento esasperato della contrattazione economica a livello
nazionale, con l’ostinato rifiuto di articolarla e decentrarla sui
luoghi di lavoro, per il timore di veder nascere sindacati aziendali che
rompessero l’unità del proletariato industriale. Fu un errore pagato a
caro prezzo, con le sconfitte subite nelle fabbriche dalla Cgil nelle
elezioni delle commissioni interne, a partire dal tracollo patito alla
Fiat nel 1955. Ma ciò non basta a concludere che Di Vittorio, morto due
anni dopo, fu il protagonista di un’epoca da consegnare in tutto e per
tutto alla storia, dunque un uomo che non ha più nulla da dire a noi
contemporanei.
I
limiti culturali del sindacalista pugliese hanno un rovescio della
medaglia, che merita di essere posto in luce. Unità dei lavoratori per
lui significava che il sindacato non poteva tutelare solo i propri
iscritti, ma doveva assumere anche la rappresentanza dei disoccupati,
quindi farsi promotore di una politica economica in grado di espandere
le opportunità d’impiego. Il "piano del lavoro" da lui proposto nel
1949, pur con tutti gli aspetti criticabili che gli studiosi non hanno
mancato di rilevare, dimostrava la capacità della Cgil di porsi di
fronte ai problemi del Paese con un atteggiamento costruttivo, nei fatti
riformista, che anticipava di molto la successiva evoluzione della
sinistra italiana. E un altro punto importante su cui Di Vittorio
insisteva con forza era la difesa dei diritti dei lavoratori, ridotti a
minimi termini dallo strapotere della controparte imprenditoriale negli
anni difficili della ricostruzione. Fu lui, al Congresso della Cgil
tenuto a Napoli nel 1952, a lanciare l’idea di uno statuto che
garantisse ai dipendenti di non subire abusi e discriminazioni sui
luoghi di lavoro. Il richiamo alle libertà individuali e collettive, a
quello che più tardi Enrico Berlinguer avrebbe chiamato "valore
universale della democrazia", era centrale per Di Vittorio, in Italia e
nei Paesi capitalisti, ma anche altrove. Non solo fece di tutto perché
la Federazione sindacale mondiale di osservanza sovietica, della quale
era presidente, accettasse nel Congresso del 1953 il principio della
libertà d’organizzazione dei lavoratori, niente affatto praticato sotto
i regimi del "socialismo reale", ma tre anni dopo si schierò a favore
della rivoluzione ungherese repressa nel sangue dall’Armata rossa, anche
se poi il Pci lo costrinse a una dolorosa marcia indietro.
Iscritto a quel partito dal 1924, dopo aver militato da giovane (era
nato nel 1892) nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario con Alceste De
Ambris e Filippo Corridoni, era tuttavia un "comunista senza dogmi", che
anteponeva costantemente l’analisi concreta della realtà agli schemi
astratti dell’ideologia. Già nel 1939 aveva dissentito dal patto
Molotov-Ribbentrop fra Germania nazista e Unione Sovietica, più tardi
avrebbe combattuto ogni tendenza estremista e settaria, attirandosi
frequenti critiche, registrate puntualmente nei verbali della direzione
comunista, da parte degli ambienti più oltranzisti del partito. Quando
poi – torniamo al 1955 – la Cgil fu duramente battuta alla Fiat, Di
Vittorio si addossò personalmente la responsabilità dell’insuccesso e
avviò un’autocritica coraggiosa, evidenziando i limiti delle scelte da
lui stesso sostenute in precedenza.
Difendere l’autonomia del sindacato dalle interferenze politiche, anche
della propria parte. Battersi perché a tutti i lavoratori sia assicurato
l’esercizio di alcuni diritti essenziali. Misurarsi con i problemi senza
pregiudizi, con l’obiettivo prioritario di migliorare nei fatti le
condizioni di vita dei salariati, offrendo una tutela anche ai soggetti
estranei all’organizzazione sindacale. Sono altrettante parole d’ordine
cui Di Vittorio rimase sempre fedele. E insegnamenti che ha lasciato in
eredità. Non pare una forzatura affermare che la lunga e sofferta
trasformazione del comunismo italiano ha seguito nella sostanza proprio
le linee da lui indicate. Basta pensare che la sua Cgil assunse nei
confronti del Mercato comune europeo una posizione di apertura ben
differente dalla contrarietà iniziale del Pci.
Ma c’è
di più. Oggi che il mercato del lavoro si va frammentando all’infinito,
con la proliferazione di figure atipiche cui spesso fondamentali
garanzie sono negate, per non parlare della questione costituita dalla
manodopera immigrata e dalla necessità di offrirle un minimo di
protezione sociale, non sembra proprio che la lezione di Di Vittorio,
animata dall’assillo costante di tutelare i soggetti più deboli, possa
essere relegata nel dimenticatoio. Si tratta semmai (e certo non è
facile) di trovare strumenti nuovi per conseguire scopi analoghi.
(*)
giornalista del Corriere della Sera, autore del recente volume Di
Vittorio, edito per la collana L’identità italiana de il
Mulino, Bologna 2005.
(L’articolo è stato scritto per "ANCI Rivista", in corso di
stampa, maggio2006)
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